giovedì 16 aprile 2009

05/05/99 - Radice, Pulici e i cuori granata

Repubblica — pagina 59

TORINO - è stato un lunghissimo giorno di morte, di pioggia e morte e ricordi, ma è stato anche un giorno vivo. Da Torino, la basilica non si vedeva, schiacciata dalle nuvole come quel pomeriggio là, come lo raccontano i papà, le mamme, le nonne. C' era un tremendo rumore d' acqua sugli ombrelli, e pozzanghere infinite, e lacrime, e giacche a vento, e persone salite a piedi fino a Superga con la maglia granata di lana spessa a coprire le spalle, eppure tutti erano felici di essere fradici, quasi per rivivere meglio quel 4 maggio e sentirlo addosso, acqua benedetta nelle ossa e dentro le scarpe. C' erano i parenti dei morti nella basilica tutta buia, e il rumore del tuono, e il lampo nei finestroni, poi ombre e silenzio. C' erano i giocatori di oggi in divisa e tanti vecchi, quasi tutti ad abbracciarsi tirando su dal naso. C' erano i figli di Menti, Loik, Grezar, Ossola che non conobbe mai suo padre ("Mamma era incinta quando lui morì, e io ho passato la vita a inseguirlo"), di Gabetto (i fratelli Mazzola no, non se la sono sentita), c' erano la vedova di Maroso, la moglie di Casalbore, i figli di Tosatti, c' era Sauro Tomà che giocava nel Grande Torino e fu salvato da un ginocchio infortunato, non salì sull' aereo eppure non ne è mai disceso, e ora parla come parlava Primo Levi. "Qualche volta ho vergogna di essere vivo". C' era Gigi Radice con il suo formidabile volto da antico romano, c' erano Patrizio e Claudio Sala, c' erano Pecci e Zaccarelli, Cereser e Fossati, Agroppi e Puia, c' era Pupi Pulici appoggiato all' ultimo pilastro della chiesa e quando tutto è finito non è mica uscito, è rimasto lì, ha guardato da lontano la cerimonia sotto la lapide, non ha ascoltato Lentini che leggeva i nomi dei caduti (che bello chiamarli così, come i guerrieri e i partigiani), ha sentito appena il coro che intonava "Va' pensiero", ha aspettato che lo spiazzo fosse deserto e finalmente è andato lì anche lui, da solo, davanti al marmo coperto di sciarpe, bigliettini, preghiere. Prima di scendere in città, il sindaco Castellani ha ascoltato le voci dei tifosi tenuti dietro le ringhiere (ieri a Superga è stata transennata la leggenda, e hanno pure inventato il "pass lapide" per un dolore a numero chiuso): "Sveglia sindaco, rivogliamo il Filadelfia", lui ha risposto "lo voglio anch' io" ma intanto il Filadelfia non c' è più, lo hanno abbattuto e da anni promettono invano di ricostruirlo in un balletto di interessi, litigi e giochi di potere. Il lunghissimo giorno è proseguito in Duomo, ancora dentro il diluvio, con la cerimonia pubblica e migliaia di persone sul sagrato, e cinque minuti di applausi alla fine. Cattedrale già piena alle tre del pomeriggio, due ore e mezzo prima che arrivasse Mancino ("Sono qui come tifoso, non come presidente del Senato, e tifare Toro vuol dire soffrire"), prima che entrassero Giraudo e Bettega, prima che l' Avvocato dicesse "i granata erano i più grandi d' Italia, non del mondo, gli inglesi erano meglio. Ma nel dopoguerra eravamo tutti bastonati e cercavamo qualcosa che ci mettesse di buonumore". Prima che l' arcivescovo Saldarini ammonisse: "Il calcio si affranchi dai bassi interessi, dai sospetti di comportamenti sleali, oggi è questa la preghiera del Torino". Prima che l' Avvocato, uscendo dalla chiesa, in qualche modo gli rispondesse: "Certo cinquant' anni fa il football era più simpatico, non esistevano le leggi dell' economia, i doveri di spettacolo e le tv, ma indietro non si torna". Poi è finito tutto, di colpo, come allora. La piazza si è svuotata, i bambini con la tuta del Toro hanno fatto una corsa sotto i portici per non bagnarsi troppo, le signore con le borse del mercato si sono segnate sul cuore, un piccolo gesto di croce tra le auto blu che sgommavano. E nessuno, nessuno è riuscito più a guardare verso Superga.
- di MAURIZIO CROSETTI

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