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lunedì 26 maggio 2014

24/04/14 - La leggenda di Sergio Vatta, l'allenatore dei sogni

Un documentario firmato dal regista genovese Christian Nicoletta racconta la vita e la carriera dell'ex tecnico delle giovanili granata. Un maestro di calcio che ha lanciato più di 60 giocatori in serie A (Fuser, Dino Baggio, Cois, Lentini, Carbone...) e che è poi passato alle Under azzurre. Il suo metodo è ancora un modello di riferimento: "Molti ragazzi ancora mi invitano ai loro matrimoni, sono queste le vere soddisfazioni"

di STEFANO SCACCHI
 
MILANO - Dal Filadelfia a New York. E' il viaggio compiuto da Sergio Vatta grazie al documentario "L'allenatore dei sogni", realizzato dal regista genovese Christian Nicoletta e dedicato alla storia calcistica del tecnico del settore giovanile del Torino, poi passato alla guida delle Under azzurre. Il film su Vatta è stato proiettato in anteprima nella Grande Mela nell'ambito del festival internazionale "Kicking and Screening Film Festival", prestigiosa rassegna che ospita opere cinematografiche internazionali sul calcio (il dvd del film si può acquistare presso la Libreria Therese di Torino od ordinare su www.allenatoredeisogni.it). Un salto lungo migliaia di chilometri dai terreni spelacchiati sommersi da arbusti e piante incolte, la condizione alla quale sono ridotti i mitici campi del Filadelfia, dove iniziarono a giocare Dino Baggio, Benito Carbone, Cois, Cravero, Fuser, Lentini, Mandorlini, Sclosa, Venturin e Vieri. Sono i nomi più celebri della nidiata di 60 giocatori lanciati in Serie A quando Vatta era alla guida del vivaio granata.

"E' una grande emozione tornare qui, ma non posso credere che al posto dei nostri campi adesso ci sia questa boscaglia", dice in una delle scene iniziali l'allenatore 76enne, nato a Zara e cresciuto in Piemonte. Sarà proprio un'associazione di profughi dalmati (Anvgd) a organizzare la prima presentazione del documentario in Italia, il prossimo 8 maggio al Salone del Libro di Torino. Vatta è rimasto molto legato alla sua terra al punto da inseguire
con forza cinque anni fa il sogno di ricreare la Fiumana iscrivendola in Lega Pro, equivalente dell'ultima categoria disputata dalla squadra dove giocarono Volk, Loik e Varglien quando Fiume era ancora in Italia. Una richiesta affascinante che ha avuto scarso ascolto in Figc. Così "l'allenatore dei sogni" non ha potuto realizzare questo desiderio.

Nel corso della sua carriera da tecnico invece è riuscito a concretizzare quasi sempre i suoi propositi, come dimostra la regolarità con la quale i ragazzini del vivaio granata arrivavano in Serie A e Nazionale. Un mix di dolcezza e severità. "Mi ricordo che dopo un primo tempo giocato veramente male mi nascosi in bagno per non farmi sgridare. Ma alla fine Vatta mi ha trovato e mi ha riempito di ombrellate. Nel secondo tempo ho fatto 3 gol - racconta divertito Dino Baggio rispondendo alle domande degli autori (tra gli intervistati anche Demetrio Albertini) - con lui chi aveva orecchini e tatuaggi era tagliato fuori. E sapeva come far tornare sulla terra i ragazzi della Primavera che andavano in prima squadra". E sapeva come farli restare sul prato anche oltre l'orario previsto dall'allenamento. "Era bellissimo quando i ragazzi ti chiedevano se potevano restare un quarto d'ora in più sul campo. Non vedevo l'ora che arrivasse quella domanda. Era anche merito del pubblico del Filadelfia che restava a incitare i giovani calciatori dopo la fine del lavoro della prima squadra. I tifosi granata si attaccavano alla rete e sostenevano i giocatori del vivaio a ogni esercizio. Credo che i ragazzi volessero rimanere più a lungo anche per sentire quel calore".

Il rapporto con questo mondo era talmente forte da spingere Vatta a rinunciare a un'offerta economicamente allettante da parte del Milan nei primi anni della gestione Berlusconi: "Era una proposta enorme parlando di settore giovanile, degna di una prima squadra. Ma avevo appena firmato un contratto di otto anni col Torino. 'Non preoccuparti, ci pensiamo noi a dirlo al tuo presidente', mi dissero i dirigenti rossoneri. Ma non potevo. Se avessi accettato, come avrei potuto entrare in uno spogliatoio a dire ai ragazzi che i soldi non sono tutto? Così ho finito di pagare il mutuo della casa solo nel 2001. Ma ancora adesso i miei ragazzi mi invitano al matrimonio o mi chiamano quando hanno un bambino. Sono queste le soddisfazioni".

Sono passati i tempi di quel leggendario settore giovanile che sembrava una porta girevole che collegava con fluidità le speranze dei bambini al grande calcio dei professionisti. Ma l'eco del "metodo Vatta" è ancora seguito dagli istruttori granata: "Cerca di divertirti, cerca la qualità, è un balletto questo, lo mettiamo in scena alla Scala di Milano", dice nel documentario un tecnico del Torino a un ragazzino che si sta esercitando a portare il pallone. E' l'unico modo per non alimentare delusioni laceranti: "Appena uno su 40.000 arriva in Serie A - spiega Vatta - per questo motivo il calcio deve essere organizzato pensando agli altri 39.999". Numeri che hanno conosciuto un'eccezione: il Torino dell'allenatore dei sogni, dove andare in Serie A era più facile.

http://www.repubblica.it/rubriche/la-storia/2014/04/23/news/sergio_vatta_l_allenatore_dei_sogni-84280931/

venerdì 14 febbraio 2014

Come era ...



" Grazie Rino...per la splendida foto...!!!! "
 
Dalla pagina  Bersia Piero

domenica 24 marzo 2013

23/03/13 - La tribù del calcio - Paolino PULICI

Puliciclone racconta a Matteo Dotto la carriera e i 15 anni con la maglia del TORO.

 

4'56"  primo allenamento al FILA

"Ricordate che Quelli, quando passate lì sotto, Vi guardano"

Trasmesso su Premium Calcio Venerdì 22/3  alle 23 e Sabato 23 alle 18.40 su Italia2 in chiaro ( + i Cartoon del calcio )

giovedì 28 febbraio 2013

Come era ...

 
1991 - Mondonico al Fila
by dylan
 
Tratta da: Forzatoro.net   -   Articolo: Stasera ho visto il Mondo

 

mercoledì 5 dicembre 2012

05/12/12 - Auguri al maestro Sergio Vatta

LA MAGIA DEL FILA



Oggi è il compleanno di SERGIO VATTA. AUGURI GRANATISSIMIiiiiiiii
by Sandro Bertolino
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=461254947272173&set=a.461254650605536.106638.100001630155091

SERGIO VATTA, nasce a Zara (Istria) il 5 dicembre 1937.
 Inizia la carriera di allenatore in squadre di SERIE C e IV SERIE (Casale e Ivrea).
Nel 1977 è ingaggiato dal TORO a dirigere le SQUADRE GIOVANILI e vi rimane fino al 1991.
Con Lui dal nostro vivaio esce una marea di ottimi giocatori. Ne ricordo qualcuno: GIORGIO VENTURIN, ecc…
 Nel Campionato 1988/89, subentra a CLAUDIO SALA che già aveva s
ostituito RADICE alla guida della PRIMA SQUADRA ormai allo sbando e con un piede e mezzo in SERIE B e ‘purtroppo no riesce a salvarla. Rimarrà questa l’unica esperienza di SERGIO con il Calcio Maggiore. Torna al suo vivaio giovanile e, già a luglio la Prima Squadra è affidata a Eugenio Fascetti per il prossimo Campionato di SERIE B.
Nel 1991, SERGIO VATTA viene ingaggiato dalla Federazione Calcio e diventa ALLENATORE e RESPONSABILE delle NAZIONALI GIOVANILI (UNDER 16 E UNDER 17) e ricopre tale ruolo fino al 1997. Nella Stagione 1997/98 allena la NAZIONALE FEMMINILE che porta alla fase Finale dei Campionati del Mondo. Nel 1998 viene chiamato dal Presidente della Lazio, Sergio Cagnotti a dirigere il settore Giovanile dei biancocelesti e rimane a ROMA fino al 2001 anno in cui la Lazio conquista lo scudetto Primavera.
 In SERIE A, SERGIO VATTA prende la 1° squadra del TORO il 23 maggio 1989 (CLAUDIO SALA viene esonerato due giorni dopo la sconfitta di Napoli, 4-1 contro i “partenopei”. Siamo alla 2° Giornata del Campionato 1988/89, il TORO è, terz’ultimo con 22 punti, staccato di uno da ASCOLI e CESENA, 23 e davanti al Como 20 e al PISA 19. VATTA siede per la prima volta in panchina a Pisa, è, la 3° Giornata. PISA - TORINO 1-0. Rete: 29’ Incocciati. Formazioni; PISA: Gradina; Cavallo, Lucarelli; Faccenda, Elliot (25’ Dianda), Boccafresca; Bernazzani, Cuoghi, Incocciati, Been, Severeyns (78’ Piovanelli). 12° M. Bolognesi, 15° Gazzaneo, 16° Dolcetti. Allenatore: Bruno Giorgis.
 TORINO: Marchegiani; Brambati (70’ Catena), G. Ferri; E. Rossi, Cravero, Sabato; Skoro, Comi, Muller, Fuser, Edu (69’ D. Bolognesi). 12° Lorieri, 15° S. Benedetti, 16° Landonio. Allenatore: SERGIO VATTA. Arbitro: Lanese (Messina). La domenica seguente per il TORO affronta al Comunale l’ASCOLI dell’ex Eugenio BERSELLINI. Serve la vittoria a tutti i costi, l’ASCOLI ha tre punti in più di noi ma già al 5° DALL’OGLIO porta in vantaggio i bianconeri marchigiani. Pareggio di SKORO al 42’ e poi nella ripresa sotto un “epico” diluvio MULLER sbaglia un rigore e lì in sostanza si conclude l’avventura nel Massimo Campionato e ritornare mestamente in SERIE B dopo 30 anni esatti (1958/59) dalla Prima Retrocessione della sua storia. A nulla valgono le belle prestazioni e due vittorie consecutive, a Como 3-2 con reti di MULLER, EDU MARANGON e SILVANO BENEDETTI. E la domenica seguente 2-0 al Comunale contro l’INTER con reti di SKORO al 54’ e quella “Stupenda” del raddoppio di MULLER. Alla sera nelle zone basse, la classifica recita così: Bologna, Cesena, Lecce, Verona 29, Ascoli e Lazio 28, Torino 27, Pescara 26 e i già condannati COMO e PISA 22. Il TORO deve recarsi a Lecce, LAZIO e ASCOLI si affrontano, al “Del Duca e a tutte e due basta un pari perché in vantaggio negli scontri diretti contro di noi. Il PESCARA è impegnato a Pisa e non va oltre il pareggio e automatica condanna. A LECCE i Granata sono accompagnati dal “Neo” Presidente GIANMARCO BORSANO. È il 25 giugno 1989. 34à e Ultima Giornata. LECCE - TORINO 3-1. Il primo tempo finisce 1-0 per i “valentini” con rete di Paolo Benedetti. A inizio ripresa, al 16’ Barbas raddoppia e le cose si mettono veramente male. Ci ridà un po’ di speranza il gol di FUSER al 22’ ma, 5 minuti dopo, al 29’ l’italo venezuelano RICARDO PACIOCCO da il colpo decisivo alle nostre speranze. Il risultato finale sarà di 3-1.
Formazioni; LECCE: TERRANEO; GARZYA (55’ Miggiano), Baroni; G. ENZO, P. Benedetti, Vanoli; Moriero, Barbas, Pasculli, Paciocco (85’ Nobile). 12° Negretti, 14° W. Monaco, 16° Vincze. Allenatore: Carlo Mazzone. TORINO: Marchegiani; G. Ferri, *Farris; S. Benedetti, Cravero, *Sabato; Skoro (32’ Comi), E. Rossi, Muller, Fuser, Edu (66’ B. Carbone. 12° Lorieri, 15° Brambati, 16° Gallaccio. Allenatore: Sergio VATTA. Arbitro: Magni (Bergamo).
 Da ALLENATORE delle Giovanili GRANATA, SERGIO VATTA vince. 2 CAMPIONATI PRIMAVERA: 1984/85 e 1987/88. 6 COPPE ITALIA PRIMAVERA: 1982/83 - 1983/84, 1985/86, 1987/88, 1988/89, 1989/90. 4 TORNEI INTERNAZIONALI di VIAREGGIO: 1984 - 1985 - 1987 - 1989. Da dirigente con la LAZIO: 1 CAMPIONATO PRIMAVERA: 2000/02. 1 CAMPIONATO GIOVANISSIMI NAZIONALI. Voglio ancora ricordare 2 frasi di un’intervista fatta a Sergio VATTA alcuni anni fa. Domanda: Furono anni d’oro per il TORO, quelli con tutti quei ragazzi che uscivano dalle Giovanili GRANATA: Risposta di VATTA: Il TORO dava i suoi ragazzi in squadre di Serie C, Serie B e anche Serie A. Spesso i loro allenatori mi telefonavano e mi dicevano, che i miei ragazzi si distinguevano per professionalità. Il giornalista GIGLIO PANZA un giorno scrisse si TUTTOSPORT <>. Aggiungo, erano, gli anni 80!!!
 Domanda: CHI RICORDA DI QUELLE “CUCCIOLATE”? Risposta di VATTA: Direi tutti, anche per anno di nascita: MARIANI, SCLOSA, MANDORLINI, CAMOLESE (60/61) EZIO ROSSI, FRANCINI, BERTONERI, COMI (62/63), CRAVERO (64), Benedetti (65), BENNY CARBONE (67, uno dei giocatori più precoci che ho conosciuto), FUSER, LENTINI, LENTINI, BRESCIANI (68/69), PANCARO (71), COIS (72), Cristian VIERI l’ho preso io ma l’ho allenato poco.
 Domanda: Qual è stato l’allenatore più grande che ha conosciuto?
 Risposta di VATTA: ARRIGO SACCHI, un innovatore, ha portato il coraggio di attaccare. Ma, aveva un difetto: schematizzava anche in attacco, dove la fantasia deve essere assoluta. Ai Mondiali negli Stati Uniti 1994 mi disse: io sono il regista, i giocatori gli attori che devono recitare la parte. Io ribattei: no, loro devono interpretare la parte. Arrigo ha commesso anche grossi errori, al MILAN preferì, MUSSI e W. BIANCHI a P. MALDINI e TASSOTTI, ma, BERLUSCONI gli fece cambiare idea, anche se MUSSI lasciato il MILAN e passato al TORO divenne un GRANDE CAMPIONE esaltandosi anche nella NAZIONALE da Lui diretta. SACCHI resta comunque uno dei tecnici più GRNDI. La juventus ha vinto tutto giocando male, il modo di vincere giusto e dare spettacolo era, quello di ARRIGO.
 E per ultimo: LEI ha allenato in SERIE A soltanto per un periodo brevissimo. È stata una scelta?
 Risposta di VATTA: GIAMPAOLO ORMEZZANO un giorno scrisse: ci sono soltanto due persone in Italia che non aspirano a diventare allenatori di Serie A, VATTA ed IO. Sono stato un allenatore atipico, chi mi ha apprezzato di più sono stati i miei colleghi.
 Noi Tifosi GRANATA, caro SERGIO ti abbiamo apprezzato nel modo più assoluto. Grazie!!!
 AUGURONI per i TUOI bellissimi 75 anni. Sandro Bertolino

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... " Primi Calci " a cura del Mister Sergio VATTA
... Interviste al Mister Sergio VATTA ...
con la Sig.ra LIDIA ed il Sig.MARIO ( ex custodi del FILA )
http://purple66.blogspot.it/2010/05/020510-la-magia-del-fila_4347.html
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5 dicembre 1937: nasce Sergio Vatta
Il mago delle giovanili granata

Una storia come nessun'altra squadra al mondo ha. Più di cento anni fatti di Baloncieri, Rossetti e Libonatti, Filadelfia, Grande Torino, Superga, Meroni, Barbaresco, Ferrini, Pulici e Graziani, 3-2, Vatta, Leo Junior, Licata, Madrid, pali ad Amsterdam, sedie alzate, buche sul dischetto, fallimento e rinascita. Per raccontarvi questa storia unica, ogni giorno vi proporremo una partita, un evento, un personaggio che ha fatto la storia del Toro, legati alla data del giorno. Insomma, una pillola di storia granata, perché, come scrisse Montanelli, "un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente"
 
5 dicembre 1937: nasce Sergio Vatta
 di Andrea Piva - Quando si pensa al Settore giovanile, nella mente di ogni tifoso granata spunta un nome: Sergio Vatta. Se il Torino per anni ha potuto contare su vari giocatori cresciuti nel propio vivavio, se il mito dei ragazzi del Filadelfia (uogo dove si imparava non solo a giocare a calcio, ma anche a essere uomini) è forte ancora oggi, molto lo si deve proprio a Vatta, uno dei più grandi istruttori di calcio giovanili italiani.

Nato a Zara in Dalmazia il 5 dicembre del 1937, arrivò al Toro a metà degli anni '70 e vi resto fino al '91. Da allenatore della Primavera ha vinto 2 scudetti, 6 coppe Italia e 4 tornei di Viareggio. Ma non solo. Ha anche scoperto diversi giocatori che si sarebbero poi affermati in serie A. Prima di essere assunto dal Torino, allenava all'Ivrea. Nonostante il suo impegno con gli arancioni, collaborava per il club granata. Durante un viaggio in Francia con Ellena, nel '75 vide un giovane sconosciuto del Nancy. Al ritorno in Italia i due lo segnalarono a Radice che lo bocciò. Questo giovane calciatore francese era Michel Platini. Nei suoi anni al Toro, come dicevamo, ha allenato tantissimi campioni. Tra questi, per citarne solo alcuni, anche Lentini, Vieri, Cravero, Bertoneri, Bendetti, Fuser, Carbone, Dino Baggio, Venturin. L'acquisto di Christian Vieri, quando era al Prato, glielo consigliò Serino Rampanti. Carbone fu invece lui a presentari al Filadelfia, dicendo che veniva da Bagnara Calabra e che voleva gocare nel Toro. Fu girato inizialmente al Victoria Ivest, allora succursale dal Torino, pochi allenamenti dopo Vatta fu richiamato. "Questo piccoletto è un fenomeno" gli dissero dall'Ivest.

Nei suoi tanti anni in granata, Vatta ha anche allenato per cinque giornate la Prima squadra. Erano le ultime giornate del campionato '88/'89. Nonostante le vittorie contro il Como e l'Inter di Trapattoni e il pareggio con l'Ascoli, non riuscì a evitare le retrocessione.

Sergio VATTA
 Nato a Zara il 5/12/1937
Stagioni al Toro 14
Trofei vinti: 2 scudetti Primavera, 6 coppe Italia Primavera, 4 Tornei di Viareggio

http://www.toro.it/press/view/870



01/02/10 - Sergio Vatta parla su Primantenna dello Stadio Filadelfia
 

 

04/12/12 - Auguri a Tomà, testimone fedele dei Campionissimi

I nostri speciali auguri a SAURO TOMÀ passano per la penna di Franco Ossola, nella sua rubrica "Ieri, oggi e domani". AUGURI, SAURO, "ultimo testimone di una storia unica e irripetibile"
di Franco Ossola - Ci sono vite che il destino segna in modo imperscrutabile, seguendo tracce che gli uomini non possono comprendere.
 Proprio in questi giorni – il 4 dicembre – Sauro Tomà compie 87 anni (auguri) e la sua è stata, per davvero, una di quelle vite speciali. È l’ultimo testimone di una storia unica e irrepetibile, quella del Grande Torino, una vicenda che anche grazie alla sua fedele testimonianza si è mantenuta vivissima nel cuore e nel ricordo di tutti gli sportivi e non solo dei tifosi granata.
 Tomà approda al Torino del presidente pigliatutto Ferruccio Novo nell’estate del 1947. È un giovane giocatore dello Spezia, città nella quale è nato, e di lui si dice un gran bene. Gioca in difesa, da centrale o da terzino, ed è già in parte smaliziato all’applicazione del cosiddetto sistema, il nuovo modo di stare in campo importato dall’Inghilterra, che il Grande Torino applica già alla perfezione. Per convincere i dirigenti spezzini a cederlo il tira e molla è lungo, tanto che si arriva a credere che non si combini nulla. Ma la volontà del giocatore ha la meglio e Tomà passa al Torino in cambio di un gruppo di giovani granata e un gruzzoletto.
 Approdare in una squadra che sta facendo terra bruciata vincendo sempre, in un organico ristrettissimo di campioni che sembrano conoscersi a memoria, non è certamente facile, ma Tomà è un ragazzo intelligente: conosce le proprie qualità, sa come ci si deve comportare e, soprattutto, si fa forte di un bagaglio di qualità calcistiche di primo piano. Nei programmi della dirigenza granata è destinato al ruolo di prima riserva, pronto a sostituire sia Virgilio Maroso, sovente infortunato e angustiato da una noiosa pubalgia, sia Mario Rigamonti, molto amato dal presidente Novo, ma sempre pronto a seguire un istinto ribelle che lo porta a comportamenti per lo meno stravaganti, mal tollerati dal club.
 Il primo giorno in cui è a Torino, Tomà incontra Valentino Mazzola che subito lo rassicura: «Sauro, posso immaginare la tua emozione, direi anche la tua paura. Sei giovane, devi ancora maturare esperienza e sei già in mezzo a noi, pluricampioni d’Italia. Sappi una cosa però: devi stare sereno, troverai modo e tempo di far valere le tue qualità, l’importante è che tu giochi come sei capace a fare, il resto verrà da solo». Parole confortanti, che rasserenano subito l’animo agitato del neo granata.
Terminata l’estate, arriva la preparazione al Filadelfia. Durante i primi allenamenti, Tomà confessa di essere rimasto affascinato dalla bravura dei suoi nuovi compagni. Per non dire dell’armonia, della loro gioia di stare insieme, di poter giocare insieme. Il primo banco di prova per Sauro è un’amichevole settembrina che il Grande Torino (in foto Arichiviofutbol) disputa a Barcellona, contro una rappresentativa catalana, nella quale si schierano fior di nazionali spagnoli. Gabetto e Mazzola vanno a segno per un classico 2-0. Tomà gioca stopper, al posto di Rigamonti e se la cava in modo egregio. Rotto il ghiaccio, quando è ora di scendere in campo si farà sempre trovare pronto, senza sbavature. Nel campionato 1947-48 disputa 24 partite su 40 (più della metà), mentre nella stagione successiva sono soltanto due i gettoni di presenza (quelli dei due incontri iniziali del campionato), per via di un serio incidente ad un ginocchio. Da questo momento inizia per Tomà un calvario di sofferenza che sembra non finire più. Il ginocchio, malgrado le tante cure, non ne vuol sapere di guarire e la carriera è compromessa. È però questo stesso ginocchio a salvargli la vita, perché Tomà non si imbarca sul fatale aereo per Lisbona che, al rientro, si sfalderà in mille schegge sulla collina di Superga.
 La morte dei compagni, degli amici, gli cambia la vita. Non può fare a meno di domandarsi se non sarebbe stato meglio essere unito a loro in quell’ultimo momento, non può fare a meno di sentirsi dentro una sorta di rimorso: io, l’unico sopravvissuto. Poi, col tempo, il dolore si fa meno pungente, si stempera nel ricordo affettuoso e allora Tomà diventa il cantore delle gesta del Grande Torino. Scrive libri, belli e appassionati, si fa testimone vivente di un’epopea fantastica che non tornerà mai più, diventa un punto di riferimento importante per tutto il mondo granata e di questo gli dobbiamo tutti essere riconoscenti. Tanti auguri, caro Sauro, sappi che il popolo granata ti vuole bene e che ti festeggia ringraziandoti per tutto quello che hai fatto a ricordo dei tuoi grandi compagni.

 
 Scrivi a Franco Ossola  < mailto:franco.ossola@toro.it >

http://www.toro.it/press/view/855



by Sandro Bertolino

4 dicembre Sauro Tomà festeggia 87 anni. AUGURI !!!
Nella foto: Sauro Tomà e Virgilio Maroso.

SAURO TOMÀ
NATO A LA SPEZIA IL 4 DICEMBRE 1925. Arriva al TORINO nel 1947. SAURO, è considerato a soli 22 anni uno dei miglior terzini destri del futuro e NOVO se lo aggiudica dopo una lunga trattativa e in cambio di 5 giocatori.
Nel TORINO diventa la riserva di MAROSO spesso afflitto dai suoi continui guai muscolari. Un ginocchio in disordine gli impedì di partecipare alla “fatale” trasferta in PORTOGALLO. Si salva, ma non sarà più come prima, specie psicologicamente, TOMÀ si sentirà sempre (anche tuttora) un “PRIVILEGIATO”, un “SOPRAVVISSUTO”.
 Dal TORINO si trasferisce al BARI, poi CARRARESE e BRESCIA.

ESORDIO DI SAURO TOMÀ IN CAMPIONATO CON LA MAGLIA GRANATA.
Torino - 28 settembre 1947 (TOMÀ gioca da centrosostegno al posto di Mario RIGAMONTI, infortunatosi nelle partita precedente persa 1-0 dal TORINO a Bari)
3° Giornata del campionato 1947/48. TORINO - LUCCHESE 6-0.
 Reti: 28’ Loik, 36’ Loik, 59’ V. Mazzola, 76’ Gabetto, 78’ A. Ballarin, 89’ Castigliano.
 Formazioni; TORINO: Bacigalupo; A. Ballarin, Maroso; Grezar, TOMÀ, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, V. Mazzola, Ferraris II.
Allenatore: Mario Sperone. D.T. Roberto Copernico.
 LUCCHESE: Vellutini; Bertuccelli, Crocchiati; Mezzadri, Salar, Rosellini; Giusti, Miniati, Rotti, Michelini, Conti. Allenatore: A. Fontana Arbitro: Zilli (Reggio Calabria).
 In quel Campionato, TOMÀ disputa 24 partite nel GRANDE TORINO dei record.
SCUDETTO a 65 punti, 125 gol segnati, 33 subiti, 16 punti di vantaggio su juventus, MILAN e la sorprendente Triestina.
 L’ ANNO DOPO UN GRAVE INFORTUNIO AL GINOCCHIO GLI PERMETTE DI GIOCARE SOLO 2 PARTITE.

NEL 1949/50 IN UN GIOVANE TORINO DEL DOPO SUPERGA, SAURO TOMÀ gioca 14 partite e conclude la sua avventura in MAGLIA GRANATA il 26 Febbraio 1950 a Milano nella più “GRAVE DISFATTA DELLA STORIA GRANATA”.
MILAN - TORINO 7-0. Reti: 1’ Burini, 6’ Nordahl, 23’ Nordahl, 29’ Nordahl, 36’ Burini, 43’ Nordahl, 90’ Liedholm.
 Formazioni; MILAN; L. Buffon; Belloni, Foglia; Annovazzi, Tognon, De Grandi; Burini, Gren, Nordahl, Liedholm, Candiani. Allenatore: Lajos Czeizler.
 TORINO: Moro; TOMÀ, L. Grava; Macchi, Nay, Leo Picchi; L. Giuliano, Santos, Frizzi, *Gambino, Carapellese. Allenatore: Giuseppe Bigogno. D.T. Roberto Copernico. Arbitro: Galeati (Bologna).
 * GAMBINO DOMENICO: Ala, nato a Rocchetta Tanaro (AT) il 7 novembre 1920. Proveniente anche lui dallo Spezia come SAURO TOMÀ. Al TORO nel 1949/50. Disputa 5 gare di Campionato, 0 reti. L’anno seguente gioca nel CASALE.

ULTIMA PARTITA DI CAMPIONATO GIOCATA DA SAURO TOMÀ CON IL GRANDE TORINO.
 Bergamo: 26 novembre 1948. 2° giornata di Campionato 1948/49.
Atalanta - “GRANDE” TORINO 3-2.
 Reti: 1’ Grezar (T), 6’ Miglioli (A), 19’ V. Mazzola (T), 73’ G. Mari (A), 74’ Miglioli (A).
 Formazioni: ATALANTA: Casari; Dalmonte, Citterio; *Gremese II, Bartoli, G. Mari; Randon, Miglioli, Zuppet, Cecconi, Korostolev. Allenatore: A. Fiorentini.
 “GRANDE” TORINO: Bacigalupo; A. Ballarin, TOMÀ; Grezar, M. Rigamonti, Castigliano; Menti, D. Martelli, Gabetto, V. Mazzola, Ossola. Allenatore: Leslie Lievesley. D.T. Ernst Egri Erbstein.
 *GREMESE II BRUNO: centrocampista, nato a Udine il 29 settembre 1927. La stagione seguente passa al TORO dove rimane due stagioni collezionando 54 presenze, 3 reti. Nell’estate 1952 passa al GENOA.
 Sauro Tomà si infortuna al ginocchio e rientra in squadra a Bari il 13/11/1950. BARI - TORINO 1-5.

CON I CAMPIONI DEL GRANDE TORINO DISPUTA 26 PARTITE.
(24 NEL 1947/48. 2 NEL 1948/49).
 
 
Il Grande Torino nel ricordo di Sauro Tomà
Pubblicato in data 04/mag/2012 da stefanotallia
 
 

domenica 11 novembre 2012

Come era...

 
 
by Bessone Bersia Giovanni
 
Piero Bersia, Gandolfi e Macchi... si divertivano anche così, sull'erba del FILA!
 

giovedì 8 novembre 2012

08/11/1976 - 08/11/2012... Ciao Giorgio

RICORDANDO GIORGIO FERRINI - TORO AMORE MIO 04.03.10



 
 
 
 
 
 
08/11/2012
O capitano! Mio capitano!
Giorgio Ferrini, a trentasei anni dalla morte, rimane l'incarnazione di tutto ciò che il Toro è
di Andrea Piva - Triestino, occhi di ghiaccio, carattere schivo e introverso fuori dal campo, un concentrato di grinta e carisma dentro. Ben 443 presenze in campionato, 80 in coppa Italia, 43 in competizioni europeee. Un totale di 566 partite ufficiali con la maglia granata addosso. Tutto questo però non basta a spiegare chi era Giorgio Ferrini.
 Si sa, il tifoso del Toro è particolare. Si infiamma per una grande giocata, ma va in estasi per un pallone strappato dai piedi di un avversario quando ormai sembrava perso, magari negli ultimi minuti, con il risultato che sembra compromesso. Vedere un proprio giocatore lottare fino all'ultimo, crederci sempre, non arrendersi, lo fa inebriare. Questo era Ferrini, ma non solo.
 Ferrini era anche quello che, in allenamento, per insegnare a Pulici a tenere i gomiti alti gli tirava dei pugni sui fianchi. E quando Pupi un giornogli rispose con una gomitata sul naso Ferrini, sanguinante, gli disse: "ecco, adesso sei veramente del Toro". Era l'incarnazione del tanto invocato "vecchio cuore granata", il simbolo del tremendismo. Era colui che rincorse, in un  infuocato derby, Omar Sivori, uno dei simboli della Juventus, assestandogli un calcio. Un gesto diventato un simbolo della stracittadina, ricordato come i gol di Dossena, Torrisi e Bonesso e la rimonta firmata Lucarelli, Ferrante e Maspero, con tanto di buca di quest'ultimo.
 Ferrini è il capitano per eccellenza del Torino. Solo Mazzola gli è alla pari. Tra le due squadre in cui giocavano questi due calciatori c'è però un'abissale differenza. Quella di capitan Velantino era un concentrato di classe allo stato puro. Era, più semplicemente, la più forte. Quella di Ferrini no. Basti pensare che in sedici stagioni al Toro ha vinto solamente due coppe Italia, la prima nel '68, la seconda nel '71. Nonostante ciò ha voluto legare il suo nome al Toro per tutta la vita. Al di là dei risultati e delle cifre sul contratto, disposto a firmarne anche uno in bianco. "Presidente faccia lei, io firmo in bianco. Se ci mettiamo a discutere finisce che sarò io a dver tirare fuori i quattrini" - la frase rivolta a Pianelli, segno questo del grande rapporto di stima reciproca che legava i due. Appese le scarpette al chiodo nel '75, e visse la stagione successiva, come vice di Radice. Vinse lo scudetto, quello che non era riuscito a conquistare da giocatore. Fu l'ultima sua grande gioia sportiva. Un aneurisma, pochi mesi dopo, lo porto via ai parenti, agli amici, gli ex compagni di squadra, i tifosi. Era l'8 novembre del '76, esattamente 36 anni fa.
 Se qualche stagione fa all'Olimpico, oltre alle gigantografie di Mazzola, Meroni e Pulici c'era anche la sua non c'è quindi da stupirsi. Giorgio Ferrini era, ed è, il simbolo di ciò che è il Toro e di come lo vogliono i propri tifosi. Questo è Giorgio Ferrini.

http://www.toro.it/press/view/388


Giorgio Ferrini, l'ultimo grande Capitano del Torino Calcio-Torino Fc

 
 
 
Dal 3D " Il Capitano del Toro " aperto da bakunin sul forum ForzaToro.net ...


il "pass" dei Mondiali maledetti in Cile....


con i compagni di squadra Rosato, Sattolo, Cereser e e gli amici di sempre...
 
 
una pagina del suo diario/quaderno degli appunti, scritta quando era il "vice" di Radice durante il ritiro in Valle d'Aosta
nell'estate del '76: pochi mesi prima di morire





Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata
 
Siamo nell'estate del 1967. Dopo aver trattenuto Meroni al Toro, Pianelli prende anche un attaccante, Paolino Pulici, di cui si dice un gran bene. Giorgio gli dà un'occhiata nelle particelle, Giorgio segue molto i giovani, è sempre prodigo di consigli nei loro confronti e lo trova bravino: dice che su questo bocia si può puntare (tanto più che la farfalla granata ci ha appena lasciati), se solo si togliesse quel brutto vizio di stare con le braccia molli lungo il corpo e perdere un sacco di palloni. Quando Pupi (che non è ancora Pupi) non lo ascolta, Giorgio gli dà una gomitata nelle costole per farglielo capire, finché un giorno Pupi è nervoso di suo e, all'ennesima gomitata durante la partitella a ranghi misti, rifila a sua volta una gomitata a Giorgio, fratturandogli il setto nasale. Il bocia pensa che la sua avventura granata sia finita prima ancora di iniziare, anche perché Giorgio a fine partita gli consegna un biglietto da visita col suo indirizzo, dicendogli di presentarsi a casa sua quella sera stessa per parlare di ciò che era successo in campo. Pupi arriva, Giorgio lo fa entrare e gli intima di andare a sedersi in salotto e aspettare. Pupi pensa che stia per arrivare una scarica di botte mai vista al mondo… invece Giorgio si presenta sorridente con una bottiglia di spumante, dicendogli: "Benvenuto al Toro: ecco cosa volevo da te, anche se mi è costato il naso!". Nasce anche così l'eredità più grande lasciataci da Giorgio: il tremendismo, il vecchio cuore granata. Ciao, Capitano!


Vedi anche:

http://purple66.blogspot.it/2009/11/08111976-08112009-ciao-capitano.html

http://purple66.blogspot.it/2010/11/08111976-08112010ciao-giorgio.html

http://purple66.blogspot.it/2011/11/08111976-08112011ciao-giorgio.html

lunedì 15 ottobre 2012

15/10/1967 - 15/10/2012... Ciao GIGI

... 45° anniversario dalla Sua scomparsa  :-(











 



Dedicato a...Gigi Meroni
 
GIGI MERONI*

Che dire di te,
quando anche il tempo
si è fermato nel tuo nome.


Pneumatici color ballila,
solcano le strade del ricordo,
occhiali scuri
celano dolcezza,
diverso per essere simile
urli il silenzio dell’anima,
scomodo per un mondo falso.


La giostra dell’amore,
una luce nel cuore di Cristiana
autoscontri di dolcezza
nel luna park del suo sguardo.


Una tela lunga una vita,
pennellate e cross
per dipingere l’impossibile,
abiti inediti indossano la tua fantasia….
In una sera di mezzo ottobre
il sorriso si stinse nel tramonto,
presto… troppo presto


Che dire di noi,
con il pennello dell’affetto
dipingiamo tele mai dipinte
per te
lariano dal cuore granata,
giocoliere di un attimo…
Gigi..
Gigi Meroni.


Ermanno Eandi

http://www.eandiermanno.it/gigi-meroni.html
 
 
 
 
 
 
 
 


 
 
 

Gigi sempre nei nostri cuori!
45 anni fa in un rocambolesco, drammatico incidente stradale in corso Re Umberto moriva Gigi Meroni, la Farfalla Granata. Il suo talento, il suo estro e la sua personalità unica restano ancora oggi ben vivi e impressi nella testa e nel cuore di tutti i tifosi del Torino.
Noi, oggi, vogliamo ricordarlo anche così.  [ http://www.youtube.com/watch?v=NdQ9n7RoVTw ]
Per gentile concessione di Tuttosport pubblichiamo la pagina 3 del quotidiano andato in edicola martedì 17 ottobre 1967.
Clicca qui per leggerlo! [ http://www.torinofc.it/images/04_11_08/meroni.pdf ]

http://www.torinofc.it/content/view/10880/61/


In ricordo della Farfalla Granata     
http://www.torinofc.it/content/view/10882/61/

_______________________________________

Poesia e tragedia: la vita della farfalla
Calciatore-artista. Beatle italiano. Esteta. Bohemien. Ye-ye.
Impossibile imbrigliare Gigi Meroni in unica definizione. Impossibile portare dentro schemi precisi un personaggio così multiforme, per molti eroe omerico moderno di fama e destino controversi, che affascina e sbigottisce. Mai ci erano riusciti, durante il suo breve arco di vita, in campo e fuori, allenatori, compagni e critica. Solo una riduzione possibile: inquadrarlo in un periodo storico e farne interprete, seppur originalissimo.
Prima di lui, gli anni cinquanta di Marylin Monroe, la rivoluzione dei linguaggi del fascino sessuale come detonatore per la deflagrazione dei conformismi nel decennio successivo. Dopo, il mito di Che Guevara, la rivolta giovanile e le ideologie collettiviste del 68. Nel mezzo, la breve carriera di Gigi Meroni e le spinte di libertà individuale dei primi anni sessanta.
'Lei è di un'altra generazione e, forse, non può capirmi; io faccio così non per esibizionismo, ma perché sono così; perché anelo alla libertà assoluta e questi capelli, questa barba sono uno dei segni di libertà. Può darsi che un giorno cambierò quando la mia libertà sarà un'altra'. Parole di Gigi Meroni in risposta a un giornalista che lo incalza su presunte manie esibizioniste.
È questo Luigi Meroni, nato a Como il 24 febbraio del 1943, un ribelle atipico pure di natali, non il ghetto a far da scenario ma la tranquilla città di provincia. Qui, orfano di padre in tenerissima età, vive un'infanzia umile, resa dignitosa dai sacrifici della madre, a cui riserva un atteggiamento truffaldino ma sempre ubbidiente che sarà costante nei seguenti rapporti con gli allenatori.
Poca voglia di scuola, cresce 'a pane e pallone' nel cortile sotto casa e nel campetto dell'oratorio, superficie polverosa interrata, muretti di pietra a delimitare il campo e farsi complici di furbesche e precise triangolazioni dei più estrosi, solitamente 'innamorati' a tal punto della palla da preferire il duetto sicuro col muro, improbabile amante, a quello pericoloso del compagno a cui gelosamente si nega il passaggio: leggenda vuole abbia origine in questo posto il suo modo anarchico di aleggiare sulle fasce del campo.
Il ragazzo mingherlino inizia a farsi notare nelle giovanili del Como, arriva la chiamata dell'Inter ma la madre è irremovibile: troppa apprensione le avrebbero causato i viaggi settimanali per Milano, solo in treno, del figlio.
Non se ne fa nulla e il giovane Luigino inizia a lavorare come disegnatore di tessuti e cravatte: quel suo particolare modo di vestire degli anni successivi, per molti scandaloso, per altri bizzarro, per lui solo suo, troverà spunto in competenze e idee di questi tempi.
Appena maggiorenne esordisce col Como in serie B; un anno dopo, nell'estate del 62, viene acquistato dal Genoa.
È un continuo crescendo a caratterizzare poi la sua vita. Cresce il suo valore in campo, la sua valutazione economica fuori, diviene inarrestabile l'ascesa del personaggio e con questa la portata delle critiche. Non c?è atteggiamento del ragazzo che non faccia rumore.
Nel 1964 passa al Torino per una cifra mai pagata per un ventenne; con la maglia granata si consacra, amatissimo dal suo pubblico che per scongiurarne la partenza verso i rivali della Juventus scende in piazza e minaccia rivolte: afferma il giornalista Ormezzano che 'il polso della città batteva troppo' e così l'Avvocato Agnelli, patron della Juventus, rinuncia all'acquisto.
Il 15 Ottobre 67, al rientro a casa dopo una partita di campionato, muore investito. Dopo Superga, una nuova tragedia si abbatte sul popolo granata.
Alcuni particolari consegnano gli ultimi istanti di vita della farfalla granata alla storia e le danno il sapore dolce-amaro della favola: alla guida dell'auto che lo investe c?è Attilio Romero, giovane che Gigi ha come idolo, e che sarebbe divenuto poi presidente del Torino. La domenica successiva il Toro sfodera una prestazione maiuscola, tre reti di Combin, suo grande amico, inarrestabile nonostante la febbre; l'ultima rete è per tutti segnata non da un giocatore ma da una maglia, il numero 7 di Meroni. E da quel maledetto 15 ottobre, ogni qualvolta il Toro giochi in questa data non c?è altro risultato che la vittoria, omaggio alla figura di Luigi Meroni.
Questo il ricordo del giornalista Luigi Gianoli sulle pagine della Gazzetta dello Sport del 17 ottobre 1967: 'sia stato, pur così apparentemente truccato ed estroso, l'eroe nuovo, nuovo perché disinteressato e privo di invidia [..] uomo laconico e intelligente, ben diverso dagli abatini o dagli impiegati standardizzati del calcio moderno'.



http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/gigi-meroni/679/default.aspx

 

sabato 5 maggio 2012

03/05/12 - Ancora nubi sul Fila: gli ex calciatori abbandonano la Fondazione

Scritto da Rino Capurri
Giovedì 03 Maggio 2012 20:29

La situazione del Filadelfia tiene banco ormai da anni, decenni, e continua a non sbloccarsi. Anzi: a quanto pare, dopo aver ricevuto il comunicato stampa dell'Associazione Ex-Calciatori Granata, il contesto sembra peggiorare. Nella lettera i campioni che hanno fatto la storia del Torino comunicano e spiegano la decisione di abbandonare la Fondazione Filadelfia. “La data scelta per la clamorosa e sofferta decisione - si legge - è quella del 4 maggio, anniversario della tragica scomparsa del Grande Torino, che aveva nello stadio Filadelfia il proprio tempio sportivo”.
Ecco qui il resto del comunicato: “La Fondazione Filadelfia, che da poco più di un mese ha nominato il suo nuovo Consiglio Direttivo, sta perdendo i pezzi. Infatti uno dei suoi soci più prestigiosi ed influenti, anzi uno dei suoi pilastri, l’Associazione Ex-Calciatori Granata, ha deciso di abbandonare questa realtà, che ha come obiettivo prioritario quello di far rinascere dalle attuali macerie il glorioso stadio Filadelfia, quello che è stato teatro delle impareggiabili imprese sportive del Grande Torino, di cui il 4 maggio ricorre il 63° anniversario della tragica scomparsa a Superga.“Purtroppo l’obiettivo di ridare lustro e riportare agli antichi splendori il caro e mitico stadio Filadelfia non si sta realizzando e per non tradire la fiducia e le attese di milioni di tifosi del Torino sparsi in tutta Italia abbiamo deciso di lasciare la Fondazione Filadelfia – spiega Serino Rampanti, presidente dell’Associazione ex-Calciatori Granata, uomo simbolo del Torino e persona innamorata del Filadelfia, per aver fatto tutta la trafila nelle squadre giovanili, poi come attaccante degli anni ’70 e quindi allenatore negli anni ‘90 –. E’ una scelta sofferta e dolorosa, che abbiamo valutato attentamente e dovuto prendere dopo aver verificato come si è formato il nuovo direttivo, frutto di accordi trasversali tra enti pubblici e frange della tifoseria, e poi vedendo i suoi primi inconcludenti atti. E intanto quel che resta dell’antico e glorioso Filaldefia si sta degradando ogni giorno di più”.
Come aveste voluto che la Fondazione Filadelfia si strutturasse?
“Era indispensabile dotarla di maggiore managerialità, facendola guidare da figure più personalità più riconoscibili ed autorevoli – risponde Rampanti –. Nell’assemblea dei soci noi avevamo avanzato la candidatura di Renato Zaccarelli, un uomo di indubbie capacità e simbolo vero di un altro Torino che ha scritto la storia di questa gloriosa società: quello che nel 1976 ha vinto l’ultimo scudetto insieme a Pulici e Sala, sotto la presidenza di un galantuomo come Orfeo Pianelli e la guida di un grande mister come Luigi Radice, che ereditò una squadra forgiata da Gustavo Giagnoni, l’allenatore che più di tutti è rimasto nel cuore dei tifosi. Ebbene quella sarebbe stata la via maestra per portare l’entusiasmo e i necessari investimenti per far risorgere il Filadelfia. Si è preferito scegliere la strada del piccolo cabotaggio e dividersi qualche poltrona, piuttosto che puntare a rilanciare una risorsa, di interesse per l’intera città di Torino. E’ stata una soluzione che non ci ha convinti e l’abbiamo detto nella sedi opportune, poi abbiamo lasciato passare il tempo indispensabile per valutare i fatti, e visto che nulla si muove, adesso diciamo basta, perché non vogliamo illudere i tanti tifosi che continuano ad identificarci con la storia recente del Torino e a rimanere in un organismo di cui non ci sentiamo più parte e che presenta diversi aspetti oscuri, che non ci convincono e che speriamo vengano chiariti. Su realtà storiche così importanti, che coinvolgono i sentimenti e i ricordi di tantissime persone, non è consentito né fare strumentalizzazioni, né fondare ambizioni strettamente personali. Per il bene del Filadelfia, speriamo che la nostra sofferta presa di posizione, apra lo spazio per una seria riflessione, che conduca ad un futuro differente. Noi che abbiamo respirato l’aria del mito che l’ha reso famoso, che siamo entrati da bambini in quegli spogliatoi e ne siamo usciti prima uomini e poi calciatori, ognuno con il suo destino, ci saremo sempre se si farà strada un progetto importante e credibile”.


http://www.infotoro.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7006:ancora-nubi-sul-fila-gli-ex-calciatori-abbandonano-la-fondazione-&catid=34:squadra&Itemid=53

giovedì 29 marzo 2012

Come era...







Dal forum ForzaToro - http://www.forzatoro.net/forum/index.php?/topic/19132-foto-filadelfia-prima-della-distruzione/page__view__findpost__p__2059877

" Una delle tante volte che avevo tagliato da scuola per andare a vedere l'allenamento, mi ero portato anche la macchina fotografica : "  ( cit. xform )

giovedì 15 marzo 2012

Come era... come è



Grazie di cuore a Giovanni B. per queste foto... semplicemente splendide! :-D

Da notare il bimbo che mantiene la stessa posizione di Piero Bersia che è al suo fianco, mentre guarda il più grande  per imparare a calciare il pallone... chissà chi saranno i 2 fratelli ?!?
Un aiutino... il biondino si chiama Ferruccio ( " parola di Sauro Tomà " ;-) , mentre l'altro è l'indimenticabile Capitan Valentino Mazzola!

sabato 25 febbraio 2012

24/02/12 - Pietro Mariani: "Grande Ventura. Sogno il Filadelfia."

Interviste
Esclusiva / Brescia-Toro, doppio ex: Pietro Mariani. ''Grande Ventura. Sogno il Filadelfia''
di Roberto Maccario - In tantissimi hanno indossato la maglia del Toro, in pochi sono rimasti così attaccati ai colori granata come Pietro "Pedro" Mariani, ex attaccante e ragazzo del Filadelfia. E’ con un affetto e una passione davvero sinceri e genuini che parla ai microfoni di TN come doppio ex di Brescia e Torino.

Buongiorno signor Mariani: quello di Ventura è un Toro che va davvero forte.
Molto forte, e la cosa non mi stupisce: conosco Giampiero perché mi ha allenato e posso dire che, oltre ad essere un tecnico preparatissimo cura anche molto l’aspetto dell’unità e della compattezza dello spogliatoio; il suo segreto è la grande attenzione per i dettagli durante tutta la settimana. La società ha fatto bene ad ingaggiarlo, con lui spero che il Toro possa tornare ai livelli che gli competono, nel calcio ci sono dei cicli ma noi granata stiamo soffrendo da troppo tempo.

Da ex attaccante come vede il periodo di astinenza di Rolando Bianchi? Deve essere duro non riuscire a segnare per un bomber di razza come lui.
Bianchi mi è sempre piaciuto molto: a volte si abusa del termine”cuore Toro” ma lui lo è veramente. Anche quando non segna si sacrifica e si rende utile per la squadra aiutando sia in fase di possesso che in difesa. Il consiglio che gli do è quello di rimanere sereno, in passato anche altri grandi della storia granata come Pulici, Graziani e Casagrande hanno vissuto periodi difficili; non deve cercare troppo il goal perché arriverà all’improvviso ma continuare a rendersi utile ai compagni, magari anche con qualche assist.

La sua esperienza granata, dalle giovanili alla prima squadra, è stata lunga e intensa: cosa si porta dietro?
Il Toro è stato tutto per me, mi ha formato come giocatore ma anche come uomo, insegnandomi valori e regole da rispettare. Ricordo proprio tutto: il mio arrivo a Torino giovanissimo, la scuola, l’appartamento con gli altri compagni, Vatta, l’esordio in prima squadra con Radice, Rabitti, la nascita dei miei figli e il mitico Filadelfia.

Già, il Fila. E’ottimista a riguardo ?
Voglio raccontare un aneddoto: nel dicembre del 2006 venni invitato a Torino per il centenario della società. Guidai tutta la notte per arrivare da Benevento, dove lavoravo. Avevo appuntamento con Comi davanti al Fila e una volta lì io e Antonio, dopo aver guardato il campo, ci abbracciamo e piangemmo per quasi cinque minuti, una sensazione impossibile da descrivere. Quel campo è il simbolo del Toro, un punto di riferimento non solo per chi come me ci ha giocato ma per tutto il popolo granata. Credo sia vergognoso che non sia stato fatto ancora niente: la città di Torino ha fatto grandi passi avanti ma questa rimane a mio avviso una grave pecca, trattandosi di un patrimonio non solo sportivo ma anche storico e sociale.

Veniamo alle sue stagioni in terra bresciana.
Dopo il Torino è forse stata la migliore esperienza della mia carriera: 100 presenze non sono poche. Nonostante l’arrivo di attaccanti importanti come Gritti e Altobelli sono sempre riuscito a giocare; sono stati anni molto belli e utili, sono rimasto legato al Brescia, squadra alla quale ho dato e dalla quale ho ricevuto tantissimo.

Da prodotto del settore giovanile granata, come vede la sua ripresa negli ultimi tempi? Asta, Longo e Fogli stanno facendo molto bene…
E’ vero, c’è stata una buona ripresa, anche se è molto difficile tornare al livello dei vecchi tempi in cui, grazie a tecnici superlativi e a costi minori di quelli attuali, il Toro aveva il miglior vivaio in assoluto insieme all’Atalanta.

Anche lei ha a che fare con i più giovani se non sbaglio.
Si, ho due scuole calcio: una a Rieti e una a Benevento. Al giorno d’oggi i liquidi scarseggiano e quindi credo sia fondamentale riprendere a coltivare al meglio calciatori in erba.

Grazie mille.
Grazie a voi e sempre…Forza Toro !

http://www.toronews.net/?action=article&ID=26467

sabato 18 febbraio 2012

Come era...


by Mario Barbaresi

Campionato 1971/1972
IN PIEDI DA SX.  SENTIMENTI III, Franco SATTOLO, Livio LUPPI, Rosario RAMPANTI, Natalino FOSSATI, Aldo AGROPPI, Luciano ZECCHINI, Luciano CASTELLINI, Claudio SALA, Nicola PINOTTI, Giorgio FERRINI.
ACCOSCIATI DA SX. Marino LOMBARDO, Angelo CERESER, Giovanni TOSCHI, Paolo PULICI, Mario BARBARESI.
LA ROSA DI QUELL'ANNO ERA COMPOSTA ANCHE DA PUJA,MOZZINI, CRIVELLI, BUI. ALLENATORE GUSTAVO GIAGNONI.

martedì 8 novembre 2011

08/11/1976 - 08/11/2011...Ciao GIORGIO



Vedi:
http://purple66.blogspot.com/2010/11/08111976-08112010ciao-giorgio.html

+++++++++++++++++++++
Tratto dal forum ForzaToro
http://www.forzatoro.net/forum/index.php?/topic/16525-un-intervista-possibile-il-capitano/

un' intervista possibile (IL CAPITANO) GIORGIO FERRINI FOR EVER
by CIENFUEGOS


L’ 8 novembre 1976 moriva Giorgio Ferrini, bandiera indimenticata E CAPITANO del Torino.



Provo a immaginare un’ intervista a Giorgio Ferrini.
Lo faccio pensando che chi fa qualcosa d’ importante, raggiunge un po’ di immortalità, perché ciò che ha fatto rimane, e Giorgio Ferrini vive nei nostri cuori.


Ciao Giorgio, è passato molto tempo , com’è cambiato il calcio?

-ai nostri tempi era tutto pià umano, meno tatticismi, meno soldi, più attaccamento alla maglia, più semplicità.

Attaccamento alla maglia…?

- si...quando arrivai al Torino ero un ragazzino ma imparai subito a capire che al filadelfia aleggiava il mito. Feci una stagione al Varese, ma la mia gioia più grande fu quando tornai a casa.

Già.. a casa …. Cosa ha rappresentato per te il Filadelfia?

-era una seconda casa. Si respirava l’ aria che avevano respirato Mazzola e Rigamonti ma anche Bearzot e Bodoira. I muri trasudavano rispetto per la storia e l’ erba profumava di campioni


Ora il Fila non c’è più…

-Un insulto alla città e alla società Torino calcio, i tifosi non avrebbero dovuto permettere questa vergogna.

Cos’ era per te il derby?

(sorride) …beh è facile accostare Giorgio Ferrini ai calci sferratia Sivori e compagni… per noi il derby era fumo negli occhi. Potevamo perdere con Brescia o Samp e ce ne rammaricavamo. Ma il derby era qualcosa che ci trasformava e tirava fuori tutta la nostra rabbia.

La nazionale?

- tutti ricordano la famosa battaglia col Cile, dove fui espulso dopo 6 minuti per la mia irruenza. Le ingiustizie non le ho mai digerite e nemmeno la prepotenza.. Dovette arrivare la polizia per farmi uscire dal campo…
ma tutte le mie 7 presenze con la maglia azzurra furono qualcosa di indimenticabile



hai un carattere abbastanza mite

-si, nella vita reale, ma in campo mi trasformavo, sono un friulano , noi triestini siamo teste dure , spesso con un carattere di ferro. E poi è la maglia il granata, che ti trasforma.

La tua più grande delusione calcistica?

- non essere stato della rosa dello scudetto, avevo smesso da poco, ma fu ugualmente una grande gioia averlo visto. Era un po’ anche mio, quello scudetto!

La tua più grande gioia?

-La vittoria nell’ europeo del 68. E aver indossato per una vita la maglia granata: la maglia più bella del mondo.


Grazie Giorgio, sempre nei nostri cuori, un messaggio ai tifosi del toro.

Non mollate, non molliamo. Un saluto affettuoso a tutti i tifosi granata, forza Toro per sempre.

---

Cresciuto nelle giovanili del Torino, dopo una stagione in prestito al Varese in Serie C, esordì con la maglia granata il 20 settembre 1959 in Sambenedettese-Torino (0-0), giocando da titolare la stagione in Serie B terminata con la promozione.
Debuttò quindi la stagione successiva in Serie A, il 25 settembre 1960 in Torino-Sampdoria (0-1). Trascorse in granata sedici stagioni, diventando il giocatore con più presenze nella massima divisione, 405 con 39 gol realizzati, ed in assoluto, 566 tra campionati, Coppa Italia e coppe europee, con 56 gol in totale. Vinse solo due Coppe Italia, l'edizione 1967-1968 e la 1970-1971.
L'ultima gara giocata fu Napoli-Torino (1-0) del 22 giugno 1975, ultima gara del girone della Coppa Italia 1974-1975.
Morì a 37 anni l'8 novembre 1976 per un aneurisma, pochi mesi dopo il suo ritiro, mentre ricopriva il ruolo di allenatore in seconda di Luigi Radice nella stagione in cui i granata tornarono a cucirsi lo scudetto sul petto.
Nazionale
Con la Nazionale esordì il 13 maggio 1962 in Belgio-Italia (1-3), alla vigilia del Mondiale in Cile. Durante questa competizione fu protagonista con Mario David della sfida con i padroni di casa del Cile, ricordata come la "Battaglia di Santiago".
In quella partita dopo sette minuti di gioco venne espulso dall'arbitro inglese Ken Aston per un violento fallo nei confronti del cileno Honorino Landa. Si rifiutò di lasciare il terreno e continuò a giocare fin tanto che non intervenne la polizia a portarlo fuori campo.
A differenza di molti protagonisti di quel Mondiale, tornò a giocare in Nazionale e la sua ultima gara fu la prima delle due sfide della finale del Campionato europeo di calcio del 1968 contro la Jugoslavia, giocata l'8 giugno 1968.
Giocò in totale 7 gare con la maglia Azzurra.
Ha fatto parte della rappresentativa azzurra finita al quarto posto nel torneo olimpico di Roma 1960, disputando 3 partite.




Ferrini, quando il ricordo va oltre la memoria

A 35 anni dalla morte si piange ancora uno dei più importanti Capitani di sempre
Capitani coraggiosi. Giorgio Ferrini non amava epiteti grandiosi, nella sua grande sempicitià si celava il segreto dell'incredibile importanza sul campo e fuori. Trentacinque anni fa, si spegneva colto da un fulminante aneurisma un giocatore che ha fatto la storia del Toro, uno di quei calciatori che non si potranno mai dimenticare. Un calciatore vero, capitano in campo e fuori: la fascia se l'è guadagnata grazie anche all'estrema fedeltà nei confronti del colore granata, con addirittura sedici stagioni (una carriera, se si esclude l'unica parentesi, fondamentale tuttavia, con il Varese nel 58/59) giocate all'ombra della Mole. Allora le bandiere esistevano, e il centrocampista triestino di nascita, torinese d'adozione, lo diventò molto presto.

Con il Toro, Ferrini vinse due volte la Coppa Italia (nel 68 e nel 71); con la Nazionale, inoltre, riuscì ad esultare per l'oro (ancora nel 68) agli Europei. Una carriera scintillante, grazie al Toro. Un Toro scintillante, grazie a Ferrini. Nel '75, dopo aver appeso le scarpe al chiodo, diventò subito il vice di Gigi Radice, in una squadra, forse tra le ultime, che finirà negli annali. Era il Toro dello scudetto, e Ferrini (già leader all'interno dello spogliatoio, nonostante il nuovo incarico) potè vedere lo scudetto cucito sulle maglie granata. Fu l'ultima gioia, prima di quel maledetto 8 novembre. Si piange un campione, ma soprattutto un uomo. Di quelli che proprio non si potranno dimenticare mai.

http://www.toronews.net/?action=article&ID=24891


Tuttosport - 8 Novembre 2011 - pag. 14

IL GRANDE CAPITANO GRANATA CI LASCIAVA TRENTACINQUE ANNI FA

«Giorgio rivive nei nostri nipotini»

La vedova Ferrini: «Che emozione vedere il piccolo Simone esordire nel Toro con il numero 8 del nonno»
«Il fratellino Giorgio ha già 13 anni, è bravo e in campo è così elegante che mi sembra un lord inglese! Tutti e due mi chiedono sempre del nonno»
MARCO BONETTO
TORINO. Trentacinque anni fa, l’8 novembre del 1976, moriva Giorgio Ferrini: aveva soltanto 37 anni, fu stroncato da un aneurisma al cervello. Se ne andava per sempre un uomo senza eguali. E non soltanto perché si sta parlando del più importante capitano del Torino dopo la tragedia di Superga, idealmente al fianco di Valentino Mazzola, con il maggior numero di presenze in granata: 548 partite in 16 anni e 53 gol segnati. Un mito. Un esempio, sempre: onestà, correttezza, fedeltà alla maglia, coraggio, generosità, doti tecniche. Nel Toro Ferrini vinse da giocatore due coppe Italia (1968 e 1971), in Nazionale l’Europeo del ’68. Lasciò il calcio giocato nel 1975, ma ovviamente non abbandonò il Torino: vista la sua esperienza e le sue virtù umane e professionali, diventò subito viceallenatore di Radice e a fine stagione ebbe l’enorme soddisfazione di mettere anche lui la firma sullo scudetto, il primo titolo (e per adesso ancora unico) conquistato dal club granata dopo Superga. Ma la grande felicità venne inghiottita pochi mesi dopo.
Signora Ferrini, 35 anni dopo il suo Giorgio è ancora amato e ricordato non solo dai tifosi granata per le sue doti umane, prim’ancora che per i successi.
«A me certe volte non pare nemmeno che sia morto. Mi sembra che sia qui vicino, che prima o poi debba ricomparire... Una sensazione strana».
Lei usò parole simili 13 anni fa, parlando del suo Giorgio. Stessa commozione.
«Perché sono sentimenti senza tempo che niente e nessuno possono ferire, attenuare. Ricordo ancora bene quell’intervista a casa mia, c’erano anche mia figlia Cristiana, mio figlio Amos, mio genero Maurizio. Sono passati altri 13 anni e continuiamo a parlare di mio marito come se fosse ieri quando... Povero Giorgio, quanto tempo... Quanto davvero. E’ la vita. Quella volta aveva già il pancione mia figlia, vero?».
Un bel pancione. Di lì a poco sarebbe nato Giorgio: chiamato così in memoria del nonno mai conosciuto. Giorgio Conti Ferrini: il suo primo nipotino, signora.
«E tre anni dopo nacque il fratellino Simone. Il mio Giorgio, l’uomo della mia vita, è nel mio cuore: lì, dentro di me, e ci proteggiamo, ci parliamo. Ma poi rivedo Giorgio anche nei loro occhi, sui loro visi. Dei miei nipotini voglio dire. Giocano a calcio, sa? Sono bravi».
Giorgio gioca nel Pecetto e Simone nel vivaio del Toro, da quest’anno. Il primo è un centrocampista centrale, il secondo un esterno sinistro. Ci siamo informati...
«Davvero il mio Giorgio vive in loro. E loro mi fanno tante domande sul nonno... Specie quando li accompagno al campo da calcio. O li vado a prendere. In auto chiacchieriamo, chiacchieriamo... Una volta Simone mi ha detto, all’improvviso, lasciandomi di stucco: “Nonna, diventerò bravo come il nonno”. Per un attimo ho provato un brivido. “Simone, piano, ne deve passare di acqua sotto i ponti...”. E lui: “Ma a me piace giocare al calcio come piaceva al nonno. Me l’hai raccontato tu che anche lui aveva sempre in testa il pallone”. Insomma, sapete come sono i bambini. Io poi li vedo tutti uguali sul campo. Per me a quell’età sono tutti bravi, i nostri e gli avversari».
Il Torino ha compiuto un bel gesto per Simone e per la vostra famiglia: gli hanno assegnato la maglia numero 8 in onore e memoria del nonno.
«E la prima volta che l’ho visto con addosso la maglia granata e quel numero ho provato un tuffo al cuore, non credo di dover spiegarvi altro. Giorgio e Simone vogliono sapere tutto del nonno, sono sempre più curiosi, interessati. Simone non voleva passare al Toro, sa?».
E come mai?
«Giocava anche lui nel Pecetto, non lontano da casa, e lì si era fatto tanti amici, stava bene. Ma il Toro lo voleva a tutti i costi, dicono che abbia una stoffa speciale, belle potenzialità. Alla fine si è convinto. E adesso è felicissimo. Simone ha proprio il fisico da calciatore, una certa tempra. Giorgio invece mi pare più un lord inglese, per l’eleganza. Li adoro, per me sono fenomeni tutti e due... La verità è che io di calcio mi intendo poco, seguo poco o nulla. A malapena so chi è l’attuale allenatore del Toro. Ventura, no? Insomma, abbiamo parlato un po’ dei miei nipotini. Facciamo rivivere il mio Giorgio. Era la cosa migliore... proprio ora... per la ricorrenza... parlare dei miei angioletti... E’ la vita che chiama. Non parliamo di cose brutte. Pensiamo a Giorgio con il sorriso, dai».

Sotto le foto:
Giorgio Ferrini capitano granata prima di un Torino-Lazio (LaPresse)
Il nipotino Simone, 10 anni
Il nipotino Giorgio, 13 anni
Un giovane Ferrini tra Lido Vieri e Nereo Rocco (Ghidoni)
Ferrini azzurro tra Pelagalli, Bulgarelli (a sinistra) e Trapattoni (Dufoto)
Giorgio Ferrini, classe ‘39: miscela perfetta di tecnica e carattere (Dufoto)


Ricordo Giorgio Ferrini