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sabato 19 ottobre 2013

Leggendo la storia del Grande Torino ...

... mi è venuta la voglia di riportare uno dei ricordi che più mi ripeteva mio nonno, lui che contro quella squadra ci giocò una partita in un pomeriggio dei primi anni del dopoguerra.
 
Si giocava un turno di Coppa Italia, in partita secca, e il calendario prevedeva si giocasse in una cittadina dell'Oltrepò Pavese tra la squadra locale, militante in serie B, e il Torino campione d'Italia in carica.
In questa squadra militava mio nonno, allora poco più di un ragazzo che cercava nel calcio (e in studi da Perito Meccanico condotti con profitto) un modo per guadagnarsi da vivere e dimenticare gli orrori della guerra appena finita (e furono proprio il calcio e quel diploma a portarlo nel 1950, per giocare e lavorare come tecnico di una miniera, in quella Sardegna che sarebbe diventata la sua terra d'adozione e nella quale oggi riposa :cry: )

Ma quel giorno la Sardegna e le sue miniere erano lontane, tutto il suo mondo era quel campo da calcio: Il GRANDE TORINO veniva in quel paese abituato alle categorie inferiori.
Nonno lo raccontava spesso, nella squadra locale giocavano tutti ragazzi del paese, gente che arrivava al campo in bicicletta già con la divisa da gioco, con i numeri cuciti da madri e nonne, addosso.
Arrivò il Torino. Sul pulman sociale, un grande pulman con scritto "A.C. TORINO" sulla fiancata.
I giocatori impeccabili in giacca e cravatta con i borsoni di cuoio a tracolla.
Ingresso in campo. Diceva che sembrava un plotone militare in esercitazione per come stavano in riga, con le loro maglie bianche, fascia granata sul petto e scudetto tricolore in vista.

Fischio di inizio: non aveva parole per descrivere il loro modo di giocare...diceva che nei loro movimenti, nel loro correre, nel loro modo di controllare e calciare il pallone, c'era qualcosa di talmente perfetto che non poteva essere umano.
Ma la perfezione assoluta non è di questa terra..dopo pochi minuti una indecisione, un passaggio all'indietro un pò debole di uno degli 11 miti, passa dalle parti del ragazzo dell'Oltrepò pavese, che si mette la pazza idea.."ci provo!" 2 passi e dal suo piede parte una sassata che gonfia la rete all'angolino basso della porta difesa da Bacigalupo, il mitico Bacigalupo, rimasto immobile a fissare la sfrontatezza di quello sconosciuto ragazzo.
è 1-0. Quel ragazzo quasi piange dall'emozione e dall'incredulità, sa che l'indomani comunque andrà a finire la partita, qualcuno al di fuori del suo paese conoscerà il suo nome.
Dopo 2 minuti Valentino Mazzola segnerà il gol del pareggio.
La partita finirà 9-1 per i granata.

Ma decenni dopo, nella sua casa in Sardegna, quel ragazzino ormai vecchio, racconterà con gli occhi lucidi ai nipoti di quando, per 2 indimenticabili minuti, lui fece spaventare gli Dei del Grande Torino.
 
Tratto dal 3D "LE TOMBE DEGLI DEI DEL CALCIO"
sab 23 gen 2010, 19:35
ilcapitano4

http://community.gazzetta.it/forum/viewtopic.php?f=155&t=396403&start=30#p2104288

lunedì 16 settembre 2013

Filadelfia: l'isola che non c'è

da MacHiavell »
domenica 15 settembre 2013, 15:49
 
Caro Zingaro

ho trovato questo articolo, pubblicato sull'Almanacco del Torino, edito da me e Giorgio Gandolfi nel 1990. Lo ha scritto Eugenio Quirico, un caro amico, ex giocatore delle giovanili granata ed assiduo frequentatore del Fila.

Rileggendo questo righe mi vengono in mente le serate radiofoniche e i personaggi di Tifotorocaffè, il nostro cortile virtuale, e penso che il Fila, anche se non c'è più come luogo fisico, vive ancora nei pensieri e nelle parole di chi ama il "TORO" che, come scrive Eugenio: "E' una squadra, una città, una fede, una vita, una curva, una maglia, una leggenda, un dolore, un sentimento, un pretesto. E' tutto quello che volete".

Grazie per tutto quello che fai/fate per tenere viva questa leggenda, in momenti così travagliati e difficili.

Enzo

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Filadelfia: l'isola che non c'è

Mi hanno chiesto di raccontare dei personaggi che hanno fatto e continuano a scrivere la storia quotidiana di un sogno.
Quale sogno? Quello dell'amicizia. Ogni personaggio ha una sua collocazione sociale precisa, ognuno di noi porta con sè esperienze e problemi, che vengono stemperati nella matrice comune di un mito.

"Filadelfia" vuol dire calcio, vuol dire TORO, ma non solo: vuol dire trovarsi, vuol dire aiutarsi a superare momenti, come non si riuscirebbe altrove.
Tutti noi abbiamo un nome: lì, tra quelle vecchie mura, invece si ha un soprannome, una facile identificazione che aiuta a non essere formali. Sono i momenti del dopo ufficio, del dopo lavoro, del dopo partita, del dopo tutto, che nascono con taciti segnali di aggregazione spontanea e terminano, con il buio.

Qui non c'è una "Club House" ma solo un marciapiede, non c'e il bar ma il barbaresco di qualcuno; se piove ci si bagna, lunghe file di cospiratori alla conquista di un pezzo di balcone sotto il quale comprare attaccanti o vendere terzini.
E' il regno dei sogni inappagati per molti, del ricordo favoloso per pochi; ma da sempre è contrapposizione odio-amore per una squadra in cui ci si identifica. Come ogni comunità che si rispetti anche il mondo del Filadelfia ha i propri caratteristi, i suoi primi attori e le sue comparse, tutti insieme si recita una storia sempre uguale e sempre diversa: la storia delle nostre vite.

Si confida a quello del Filadelfia il proprio patema, si chiede a quello del Filadelfia il consiglio per un affare, si crede in quelli del Filadelfia poichè si reputa che la loro credibilità di persone travalichi l'esteriorità.

II Filadelfia lo paragonerei all'isola che non c'è: qui le razze si mescolano, si insultano e si stimano, ogni lato politico del problema è usato in chiave ironica, le minacce sono stereotipi bellissimi, le citazioni la sagra dell'ovvio.
Ognuno di noi contribuisce come e quanto può a mantenere vivo questo state di cose, cerchiamo di stare insieme legati da un comune denominatore che e la squadra per cui tifiamo, ma credo che non sia solo questo a legarci, ma una sincera amicizia. Devono essere le nostre caratteristiche personali a far nascere simpatie ed accettazione poichè il Fila è uno dei pochi posti al mondo in cui tali caratteri si esprimono in modo libero.

E' veramente la storia del c'era una volta: "Mio figlio ha imparato a camminare in questo cortile ... " orgoglio di torinista; "C'ero anch'io quando ... " sospiro per uno squadrone.
Si aspetta il Mago, da lui si vuol sapere cosa capiterà nella tal partita, ma non interessa a nessuno, se non per il fatto di poterlo smentire; frustrazione di un sassofono che non può esprimersi, di una sottomissione a zieschi interessi di altra fede.

Al Filadelfia capita di conoscersi senza sapere chi siamo o dove siamo collocati al di fuori di queste mura. E'un piccolo mondo in cui si scambiano parole, si ottiene stima e se ne dà, si parla di calcio, per dare il fianco alla replica e al dibattito.

In queste righe ho parlato poco di calcio, ma il calcio con tutto questo forse ha poco a che fare, il riferimento è il "TORO" che è una squadra, una città, una fede, una vita, una curva, una maglia, una leggenda, un dolore, un sentimento, un pretesto. E' tutto quello che volete.

Caro Beppe, "Van Basten non e un centravanti ... " era un'affermazione tecnica su cui discutere secondo parametri e non secondo sentimento, forse hai ragione tu: lui fa goal, ti fa sognare. E' proprio un grande centravanti. Sono chicche di ogni giorno, di ogni dopo partita, sono assiomi che come tali devono essere smentiti, vista l'opinabilità del calcio.

Filadelfia pretesto di tante cose, Filadelfia semplicità di momenti felici, Filadelfia crocevia di esistenze comuni , Filadelfia comunità spontanea di caratteri
Filadelfia testimonianza di ieri, Filadelfia speranza che sia sempre così.

Qui i moderati prendono coraggio, tra queste mura si sentono tutelati anche quelli che nel loro sociale sono incerti.
Non voglio fare della demagogia, ma l'ambiente molte volte aiuta a chiudere o aprire discorsi tra chi normalmente non riesce a farlo.

Ed ora vorrei presentarvi questa galleria di personaggi, di amici, di conoscenti, di nessuno, ma non importa, poichè in ugual misura sono tutti importanti:

Eugenio.....papà di Giovanni SIP
Giovanni....figlio di Eugenio SIP
Beppe.......Tragedia
Guido.......Scudetto
Piero........Bumbunin
Elio..........Parente di giocatore
Sergio.......Intenditore di calcio
Gianni......Civich 1
Tartaglino..Civich 2
Luciano.....Banca
Modesto.....Canister
Maurizio....MacEnroe
Franco......IVECO
Vito.........COMAU
Michele.....SIP
Aida.........II Professore
Giorgio.....Cane sciolto
Luigi........II Perfezionista
Marcello....Trasferta
Benito.......Cambiale
Pieri.........Bateaur
Garbo.......Ascensore
Bastian......Barbaresca
Ottavio......II Mago
Pio...........juventino
Balocco......Santuario
Del Bosco....Gene Kelly
e tanti, tanti altri.

Questa lista di personaggi potrebbe anche non avere volto, la sola descrizione fa sì che ognuno possa costruirne uno che non sarebbe dissimile dall'originale.
Sono "Quelli del Filadelfia", quelli con cui si parla di calcio, quelli con cui si passa la serata, quelli a cui dare consigli, quelli a cui chiederne, quelli a cui fa piacere dir grazie, quelli che in tutto questo ci credono.

Queste poche righe sono solo il risultato di un sentimento che forse non riuscirei ad esternare diversamente. Parlare di questi "ragazzi" e di questo posto forse mi è nato nella testa e nel cuore perchè il Filadelfia è uno dei pochi posti al mondo in cui entrai per mano a mio padre quando ero bambino, in cui tornai adolescente ad indossare la maglia che amavo e che ora vivo, parlandone con voi.
http://www.tifotorocaffe.net/forum/viewtopic.php?f=2&t=606

giovedì 14 febbraio 2013

14/02/13 - STADIO “FILADELFIA” in PARADISO

(almeno lassù hanno intitolato lo stadio agli “EROI di Superga”!!!).
 
Questa notte 14 febbraio ore 3 (in Paradiso ore 20.30) in notturna con lo Stadio illuminato a giorno e spalti gremiti di Angeli, Santi e Beati ecc…, per festeggiare l’ONOMASTICO del CAPITANO VALENTINO MAZZOLA, il “Presidentissimo” FERRUCCIO NOVO con l’altro Grande Presidente, ORFEO PIANELLI, organizza una partita commemorativa tra, i CAMPIONISSIMI del “GRANDE TORINO” (integrati da altri Fuoriclasse del TORO, anche loro in “villeggiatura” in PARADISO) e una selezione dei più GRANDI GIOCATORI del RESTO del MONDO, residenti nei paesi vicini, allenati dal dott. FULVIO BERNARDINI e dal tecnico Ungherese GYORGY SAROSI. LA PARTITA È ARBITRATA (un tempo ciascuno) da due dei più GRANDI ARBITRI della storia del calcio italiano: CONCETTO LO BELLO da SIRACUSA e il “novarese” RINALDO BARLASSINA. Dopo 90 minuti di gioco a dir poco “SPETTACOLARE”, la partita è ancora in parità 7-7. SI VA ai SUPPLEMENTARI ed è ANCORA PARITÀ, 9-9. AI RIGORI (calcia un solo giocatore come negli anni 40/50/60), il Grande ROMEO MENTI è infallibile (5 rigori su 5) mentre il “Barone” NILS LIEDHOLM fallisce l’ultimo (4 su 5). Risultato Finale: Grande TORINO e AMICI 14 - RESTO del MONDO 13. QUESTE le FORMAZIONI scese in Campo in quello STRAORDINARIO SCENARIO del “FILA”: GRANDE TORINO E AMICI GRANATA: Olivieri (16’ Bacigalupo); Aldo Ballarin, Maroso (62’ D. Martelli); Grezar (62’ G. Rossetti), Rosato (46’ M. Rigamonti), Castigliano; Meroni (46’ Menti), Loik (46’ G. Ferrini), Gabetto (81’ Libonatti), V. Mazzola (118’ Baloncieri), Ferraris II (46’ Ossola). Allenatore: Leslie Livesley e Mario Sperone. RESTO DEL MONDO: Jascin (46’ Zamora); Santos (46’ Andrade), Facchetti (69’ Buzànski); “Bobby” Moore (51’ Liedholm), Andreolo (46’ Zozimo), Green (Giovanni Ferrari); Garrincha (58’ Ghiggia), Puskas (46’ Didì), Piola (64’ Leonida), Schiaffino (46’ G. Meazza), Best (46’ Czibor). Allenatori: FULVIO BERNARDINI E GYORGY SAROSI. Arbitro: CONCETTO LO BELLO (1° tempo) e RINALDO BARLASSINA (2° tempo). Reti: 4’ GABETTO (G.T.), 6’ G. BEST (R.d.M.), 14’ FERRARIS II (G.T.), la partita vive 15’ di “enpasse”, poi dal 32’ al 45’ si scatena GARRINCHA che va a segno tre volte, 32’ 41’ e 45’, inframmezzate da una rete di PIOLA al 37’... Finale del 1° tempo: RESTO del MONDO - GRANDE TORINO 5-2 !!!!! INIZIA LA RIPRESA CON MOLTI CAMBI EFFETTUATI DAGLI ALLENATORI. Dopo 2’ CASTIGLIANO con una delle sue “bombe” da 40 metri sorprende RICARDO ZAMORA (subentrato a LEV JASCIN) e accorcia le distanze ma, al 15’ GHIGGIA da pochi minuti subentrato a GARRINCHA riporta il RESTO DE MONDO sul 6-3. A questo punto Capitan VALENTINO memore di avere un RECORD ANCORA IMBATTUTO nel CAMPIONATO ITALIANO di TRE reti realizzate in TRE MINUTI (era il 24’ aprile 1947, “io festeggiavo un anno di vita” a Torino si giocava la 10° gara del Girone di Ritorno - GRANDE TORINO - Vicenza 6-0. Reti: 24’ Loik, 29’, 30’ 31’ V. MAZZOLA, 57’ Ferraris II, 64’ Gabetto), si “rimbocca le maniche” e al 28’, 29’ 30’ e 31’ va a BERSAGLIO QUATTRO VOLTE capovolgendo il risultato (7-6). I GIOCATORI del RESTO del MONDO attaccano a testa bassa, non ci stanno a perdere e dopo due prodigiose parate su tiri di GIUSEPPE MEAZZA e DIDI, il “Grande” BACIGALUPO deve capitolare all’ 89’ su un tiro ravvicinato di LEONIDA (centravanti della Nazionale Brasiliana degli anni trenta). SI VA AI SUPPLEMENTARI... subito MEAZZA porta avanti i suoi al 3’ del 1° T. S., pareggio di GIORGIO FERRINI e a Tre minuti dalla fine, ROBERTO ROSATO portatosi avanti (su calcio d’angolo battuto da MENTI) incorna alla perfezione e batte ZAMORA. Sembra la rete decisiva, invece al 120’ su un malinteso difensivo tra ALDO BALLARIN e MARTELLI, proprio quest’ultimo con un tocco maldestro infila l’incolpevole VALERIO BACIGALUPO. Risultato: GRANDE TORINO - RESTO DEL MONDO 9-9. Non c’è tempo di mettere la palla al centro che l’arbitro RINALDO BARLASSINA fischia la fine. Si va ai rigori e come già detto in precedenza, i “CAMPIONISSIMI”... VINCONO ANCORA e, Capitan VALENTIO MAZZOLA infrange quel suo stesso RECORD che durava da 65 ANNI... 4 RETI IN 4 MINUTI !!!!
 
AUGURISSIMI al NOSTRO “GRANDE” CAPITAN VALENTINO, da TUTTO IL MONDO GRANATA
 
  
Tratto dalla pagina Facebook: La storia del Toro narrata da Sandro Bertolino

sabato 8 dicembre 2012

06/12/12 - Un'idea per il Fila, per Noi, per il Toro

La lettera di un lettore a proposito della ricostruzione dello stadio
 
Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo
 
Cari Fratelli

scrivo queste righe l'indomani il derby dello scempio perpetrato in maniera diversa da entrambe le entità, scempio di arroganza, assolutismo e maleducazione da parte dell'una (nella norma), scempio di assenza totale di granatismo e di follia se non di genio dell'altra (Noi).
 Forse in virtù della notte insonne che ne è seguita trovo la forza morale di contrattaccare, quella che manca ai nostri giocatori per intenderci e mi trovo a scandagliare come un palombaro i fondali di questa debaclè non solo sportiva ed umana ma di valori ed a ricercarne le cause profonde. 
 Quì ora di fronte allo scempio, perlappunto, mi trovo a constatare l'avanzata imperterrita del qualunquismo che rotola nel baratro trascindando con se quelli che sono stati corrotti dallo stesso ed anche coloro che hanno un barlume di idea diversa ma non osano farsene carico.
 In termini Toro questo si traduce nel fatto che se il Toro è una fede ed ha recuperato alcune delle sue liturgie e qualche chirichetto per strada, ha  perso però lo Spirito originario, come un mantra vuoto recitato meccanicamente dove la messa risulta insipida e senza valore.
Lo spirito Toro: "credere l'impossibile sopra a tutto e sopratutto credere, in primis in se stessi esaltando la dignità umana e le sue migliori capacità di figli dell'Universo,  credere ancora credere nelle infinite possibilità che l'essere umano sa trovare quando è sincero con se stesso e che nascono in un cuore libero e puro".
 Rifiutare di credere, come un chiodo piantato nella mano sotto tortura psicologica, a chi ti colloca in una casella dove stare  tranquilli, non credere a chi ti dice che se sei meno valente nel suo sistema di valori devi "stare muto"ma piuttosto urlare, strepitare e rivendicare libertà ed opportunità che questo sistema non offre.
 Poi a bocce ferme in casa propria (il Filadelfia) : lavorare pazientemente per un mondo migliore noncurante delle derisioni di chi è già morto dentro , bensì felice dell'essere se stessi e dell'opportunità del " fare "offerta dal Universo.
 Questa saggezza o "coscienza  Toro" abita tutti gli angoli  della Città, dai tempi dei tempi ed è nelle nostre mani, ora più che mai nelle nostre sole mani siccome l'unica forza del Toro, ed è bene che sia così, è la sua Gente.  
 Questa è storia.
 Bene, cosa possiamo fare noi per rivedere un Toro? Per ridare un Toro alla Città dei Tori?
 Insegnare Noi cosa è il Toro, perchè se è bene e  pare vero che il Filadelfia rinascerà è anche vero che se queste mura resteranno inutili lastre di cemento intorno ad un cuore vuoto  a nulla sarà servito il dramma, nulla si sarà capito e peggio ancora nulla si sarà fatto se non un deleterio monumento agli Eroi del passato, per seppellirli due volte,  piuttosto che un Tempio vivo e pulsante della propagazione di un Credo vivo e vegeto.
 Il Filadelfia rappresenta il cordone ombelicale che legava la Città alla sua Squadra ed è stato obrobriosamente lacerato, con un meticoloso ed ossessiva culto dell'orrore e dell'alienazione umana al pari dell'eradicazione di ogni soffio di libertà ed individualismo nobile in Torino e non a caso sono stati lasciati i monconi in piedi come esempio di battaglia persa e monito a chi osasse avere gioia in questa Città.
 Ora stà a Noi: "ostetrici, infermieri, dottori, preti , fachiri, Guru granata" ristabilire il contatto: non c'è altra via di uscita.
 E questo non può essere fatto con gesti plateali, estemporanei, buoni per una pagina presto ingiallita del quotidiano locale, non mi si fraintenda, ben vengano le marcie dei 50.000 e più ma quello di cui c'è bisogno è di un apporto : continuo, massiccio e personale di Amore, per sua propria natura poco gestibile o quantifcabile, affinchè questo possa materializzarsi  nelle ricostruizione del Filadelfia ed affiancare i sentimenti ed i fantasmi buoni di cui quel quadrato urbano è intriso.
 Bisogna ridare l'anima al Toro e solo noi possiamo farlo perchè bisogna ricucire lo strappo ma nessun ago, nessuna macchina da cucire singer sarebbe niente senza l'amore di una nonnetta che cuce e lavora come una formica nottetempo i guanti e la sciarpa per il suo nipotino.
 Creare questo gesto "dal basso" per smentire la filosofia imperante così poco granata e poco  naturale, dell'arrivo dall'alto bensi una forza più vicina alla terra ed al cuore dove il singolo sentimento, veda, tasti, palpi, respiri: riconoscenza, rispetto e dignità.
 Sogno e propongo una cosa semplicissima e praticissima, come il Toro è: "che all'atto della ricostruzione del Filadelfia, una angolo, uno spicchio delle fondamenta della nuova antica  struttura, magari in contatto tra i monconi ed i nuovi tronconi (come simbolo di battaglia vinta), sia destinata a ricevere e custodire personali e personalissimi omaggi per caricare di positività reale e fede questo luogo a Noi sacro".
 E' una cosa semplice ed immensa al tempo stesso che non richiede grandi investimenti e per questo assente dal tabellone mentale di qualsiasi dirigente calcistico o politico attuale, quello che perlappunto manca al nostro povero Toro orfano di padri ed ignaro di avere un Anima.
 Immaginate questa lenta, dolce e continua processione felice. Che accompagna la ricostruzione..:"un bambino che lancia una disegno dentro alle fondamenta del Filadelfia, un anziano che passa a dare un bacio ai campioni di ieri e lo accompagna con l'omaggio di un fiore rosso fuoco, una poesia, la nostra più bella cravatta od il più bel foulard  se si è donne, chi porta una cartella esattoriale stracciata in segno di ribellione verso ogni sistema iniquo e costrittivo, una vecchia sciarpa del toro , un biglietto del derby del 3-2 o del 4-0 per Meroni, una foto antica dell'8-0 ai gobbi, la maglietta del Toro di quando si era bambini, la foto di Ferrini, un distintivo del TorinoSimbolo, un oggetto appartenuto a qualche parenteamico granata scomparso che avrebbe sicuramente amato partecipare, chi porta un martello sottratto sul luogo di lavoro per trasmettere un po' di sana cattiveria ai nostri, il mattone del vecchio Fila che custodisco gelosamente da anni in una scatola di legno prezioso in attesa di poterla riassemblare con le mura del nuovo...qualsiasi, qualsiasi gesto spontaneo d'amore che accompagni la ricostruzione.
 Scrivo questo con la  convinzione che il buon Dio ci ha fatti  per brillare nella gioia ma fosse anche nel dolore e non per essere chiusi in una scatola come sacchi digestivi attaccati ad un supermercato.
 Questa lenta processione non per un funerale ma per una nascita sarebbe un gesto immenso e piccolissimo che travalicherebbe le generazioni e le illusioni del tempo affinchè Il Tempio rieccheggi dell'eterno presente, ricco di linfa infinita ristabilito il contatto con l'Universo e con il Grande Torino.
 Perchè se è vero che non essere come loro è già una vittoria è preferibile il poter essere nuovamente Noi stessi e tanto peggio, e meglio in generale, a chi questo fà paura.
Andrea Morè

http://www.toro.it/press/view/889

sabato 25 agosto 2012

23/08/12 - IL CORPO MORTO DEL FILADELFIA E CIO’ CHE RESTA

 
Il blog futbologia riceve e pubblica un fotoracconto sullo Stadio Filadelfia, o Campo Torino, un ex stadio di Torino, ormai in disuso e semi-abbandonato. Prende il nome dalla via sulla quale è edificato. Ha ospitato per oltre un trentennio, dal 1926 al 1963, le partite casalinghe del Torino Calcio
fonte: http://blog.futbologia.org/2012/08/21/il-corpo-morto-del-filadelfia-e-cio-che-resta/
 
La tribuna del vecchio Stadio Filadelfia di Torino
 
Di solito nelle città i luoghi di interesse storico sono indicati da una apposita segnaletica lungo le strade principali. Per raggiungere il vecchio stadio del Torino non vedo nessuna targa, nessuna indicazione.
Il museo della Sindone, ad esempio, è ben indicato. Il Filadelfia no, perché? Percorro in bicicletta via Madama Cristina, c.so Bramante e via Giordano Bruno. Forse non è il percorso migliore, ma è uno dei possibili. In giro c’è poca gente, è la prima settimana di Agosto, ci sono circa 30° e siamo a metà mattina. Mi fermo a fotografare una bici legata alla fermata del tram, ha il cerchione della ruota anteriore piegato.
Arrivo in via Giordano Bruno, in testa girano un po’ di pensieri: come farò a entrare? A chi chiedo, al bar di fronte allo stadio? O forse è meglio chiedere al Signor Vincenzo, il ciabattino? Va bè dai, al massimo il Filadelfia lo fotograferò da fuori.
Faccio il giro dello stadio in senso antiorario: via Spano, via Tunisi, via Filadelfia, poi torno in via Bruno.
Il corpo morto del Filadelfia è rinchiuso all’interno di una recinzione da cantiere, alta un paio di metri o poco più. Oltre questa però non c’è nessun cantiere, la vegetazione cresce rigogliosa. Il campo d’allenamento su via Tunisi è un boschetto.
Il recinto che hanno tirato su dopo l’abbattimento dell’intera struttura nel 1997 non è sufficiente a trattenerne la tristezza. Non isola, non protegge, non nasconde. La recinzione non fa nulla se non sottolineare che lì c’è un luogo in rovina.
Se fosse intervenuto
Christo e l’avesse impacchettato per bene nel 1997, forse una rinascita del Filadelfia ci sarebbe stata davvero. Forse.
I negozi sono tutti chiusi, chiuso il bar dove contavo di raccogliere un po’ di aneddoti e magari le chiavi per entrare. Mi dovrò arrangiare.
Lego la bicicletta all’angolo di via G. Bruno con via Spano, poche persone intorno. Comincio a scattare un po’ di foto, i resti dello stadio si distinguono appena tra la vegetazione. Gli alberi e gli arbusti sono sensibilmente più alti e folti dell’ultima volta che ho lavorato in questa zona.
Il bordo della lamiera è tagliente, ho in tasca un fazzoletto di cotone e lo uso per proteggere il palmo della mano. Metto un piede sul basamento in cemento e riesco a ficcare la punta delle scarpe sotto la lamiera. Ho un appoggio di un paio di centimetri e grazie al fazzoletto riesco a tirarmi su. Con la mano libera comincio a scattare un po’ di foto.
Fotografo le more, le porte, gli alberi e il cemento marcio delle gradinate. In alcuni punti la prima recinzione è stata divelta, potrei infilarmi dentro e provare a entrare nel campo. Ma per far cosa? Non ho portato neppure il pallone. Mi chiedo cosa potrebbe vedere un turista calciofilo. Dei resti mal conservati, pochi denti cariati in una bocca vuota. Passo un’ora a scattare fotografie.
Un postino ferma la sua moto a un paio di metri da me:
– Che dici, lo rimettono a posto? Sarebbe bello. E te lo dice uno juventino.
Inforco la bicicletta, faccio un ultimo giro cercando di trovare qualcos’altro da fotografare, un segno di vita all’interno di quel posto che sembra essere condannato. Gli spalti non esistono più, niente tribune, niente parterre, ma al centro l’erba del campo è tagliata e le porte sembrano essere in buone condizioni. Qualcuno mantiene in buone condizioni il rettangolo da gioco. Questo è ciò che resta. Quello che continuavo a cercare, pur avendolo davanti all’obiettivo della macchina fotografica.
 
- Disponibile in download il PDF ad alta risoluzione de Il corpo morto del filadelfia con tutte le foto. -

Scritto e fotografato da Luigi Chiarella  aka Yamunin
 
 
 



 






 








 
http://dallapartedeltorto.tk/2012/08/23/il-corpo-morto-del-filadelfia-e-cio-che-resta/

mercoledì 13 giugno 2012

18/07/1997 - 13/06/2012 ... 5.444 Giorni di Vergogna


by Giovanni Bersia Bessone

Dal gruppo  Rivogliamo lo Stadio Filadelfia  il racconto di  Manlio Collino  :-(

Questa è la foto del "primo colpo". In campo era radunata una piccola folla di giornalisti e tifosi granata ipnotizzati da Novelli con la promessa della ricostruzione di uno stadio da campionato, a botte di promesse, mostre, plastici e strizzatine d'occhi. C'era anche un lugubre tavolo con spumante dozzinale e salatini, per brindare "all'inizio della ricostruzione", Io, a quel primo colpo, scoppiai a piangere. Accanto a me il costruttore Grignolio, ex Pontefice della Goliardia come me, mi prese in giro: "ma pròpe tì it piore? T' lo sas coma a van 'ste robe..."

Ma la foto mi è preziosa per un altro motivo. E' la prima che vedo dove si nota, sotto il becco della benna, una spaccatura attraverso la quale si intravede il cielo. Me l'aveva detto Carla, la vestale del Fila: "hanno pre-bucato il punto del primo colpo, l'altro ieri". Capito? Per essere sicuri di non fare una figura di merda in diretta Tv, dando il colpo e vedendo il gigante resistere, lo avevano fiaccato come i tori con la picca e le banderillas .

Non potevano correre il rischio di vedere il maglio rimbalzare sulla gradinata, che sapevano piena di ferro. Anche il cemento era ben conservato nel punto scelto per la prima mazzata. Così hanno trapanato prima, hanno fatto "il segno" e hanno anche predisposto un "invito" in terriccio ai cingoli del boia meccanico per guidare la sua scure al punto giusto. Anatomia di un assassinio. :((((

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Marina C.
5.444 giorni fa... "La ruspa slitta, scarta di lato sull' erba malata, si blocca. Silenzio. Solo il sospiro del vento tra i gradoni. La mazza ferrata ondeggia, è appesa ad un braccio meccanico che sembra la bocca del dinosauro, poi si ferma. Sta per cadere, tra poco cadrà. Il vecchio massaggiatore Tardito tira su dal naso, "quanti palloni sono andato a recuperare là sotto, quanti palloni e adesso è finita". Lido Vieri si stropiccia gli occhi. Franco Ossola, quello che non ha mai conosciuto suo padre che era un campione del Grande Torino, dice "avevo solo questo prato per sentire vivo papà, ora ci toglieranno tutto". La mazza ondeggia, sta per cadere sul cemento della gradinata, tra poco cadrà. Comincia la demolizione del Filadelfia chiuso da tre anni, nel giorno della presentazione del nuovo Toro. Poi lo stadio dovrebbe rinascere, forse. Intanto stanno zitti i tifosi. Stanno zitte le autorità. Sta zitta la signora Carla che fa la custode della ruggine, con i suoi sei gatti e il cane lupo addormentato. Stanno zitti anche i camerieri in livrea e farfallino nero, sotto il gazebo: dopo il funerale dello stadio Filadelfia offriranno un drink. Adesso la mazza cade, guarda i cingoli del mostro come ballano sul prato, guarda i girasoli e le ortiche e la gramigna sul campo dei leggendari. E che profumo di cimitero, di foglie putrefatte. "Io lo capisco che il Filadelfia non poteva restare così: ma perchè abbatterlo quasi tutto?". Romantico Franco Ossola che ha passato la vita a rincorrere il fantasma di suo padre, a dargli volto e voce, a cercare la mano di un' impossibile carezza. Anche a lui hanno raccontato che questo non è l' ultimo colpo di piccone ma il primo perche il luogo del mito rinasca. C' è una fondazione, dovrebbero arrivare anche i soldi.Trenta miliardi: un po' dal credito sportivo, dalle attività commerciali, dalla colletta dei tifosi chiamati a comprare il simbolico mattone: centomila lire per una speranza. O un' illusione.Quella di rivedere qui le partite. Ma il Filadelfia non è più di proprietà del Toro, che se proprio deve investire si costruisce il suo impianto e si quota in Borsa. "Oggi siamo solo ospiti, non parliamo" dice infatti il presidente Vidulich. La boccia di ferro traballa nel mattino scintillante, ora scende. Tanta gente la guarda sollevando gli occhi controsole, magari è per questo che sono umidi, chissà. "Io mi ricordo in guerra, cadde una bomba proprio lì, nei distinti. Ebbene, misero le transenne e si continuò a giocare". Ma il vecchio tifoso ha capito che stavolta non si può resistere, tra poco sul prato ci saranno solo macerie e promesse. Qualcuno osserva il plastico piazzato a centrocampo: due tribune coperte, bellino, ma cosa sono quei palazzi bianchi davanti allo stadio? L' albergo, il supermercato, la birreria, ecco cosa sono. Quello che, per i soliti maligni, rappresenta l' autentico motivo dell' operazione immobiliare. "Basta lacrime e sospetti, tutto sarà pronto per il 4 maggio '99, cinquantenario di Superga, i permessi per costruire arriveranno" dice Diego Novelli, presidente della Fondazione Filadelfia. Ma per ora non ci sono. Mentre quel braccio meccanico c' è eccome, tra un attimo il tirannosauro spalancherà le fauci e aprirà la prima ferita nel cuore di pietra, nel luogo dove l' Italia ritrovò la forza di rinascere dopo i tedeschi e i morti, insieme alle pedalate di Coppi e alle corse di Mazzola. Farà un buco largo tre metri quella boccia di ferro tra petardi e applausi, scenderà come la bara nella fossa, qualcuno piangerà prendendo a calci le ortiche. Poi andrà a rivedersi la ruota dell' aereo, l' elica senza una pala, il cortile dove le maglie dei giocatori appese ad asciugare parevano le vele di un galeone sempre pronto a salpare, nella burrasca di qualche sogno. Ma prima andrà a raccogliere un sasso sotto la pancia della ruspa. Il funerale del Filadelfia finisce proprio così, con i parenti del morto che tornano a casa con una pietra in mano. Che ad ognuno resti almeno un ricordo da toccare.

- Maurizio Crosetti - La Repubblica 19/7/1997
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Manlio Collino
 A leggere Crosetti e a guardare la foto mi vengono le lacrime agli occhi ancora adesso. Mi sembrò quasi di udire, allora, l'urlo del gigante :(

domenica 6 maggio 2012

04/05/12 - Perchè, oggi più che mai, il FIladelfia è casa di capitan Valentino e della nostra storia

Scritto da: mole24 - 4 maggio 2012

Dagli ultimi piani di via Filadelfia si vede la collina. Ma non sempre. Oggi è il 4 maggio e di solito c’è un tempo da cani.
La pioggia, spesso, bussa sul cuore con una puntualità amarissima. Non piove sempre, il 4 di maggio.
Ma tutte le volte che piove, o c’è nebbia, o tutti e due, quel giorno passa lento, con un grammo di magone in più.
Il rumore è quello di una città indifferente, di palazzi lontani. Le macchine passano, qualche clacson, soprattutto il vento tra le fronde degli alberi e le gocce come tamburi invisibili. E piccoli. Le nuvole basse e l’atmosfera spettrale sono perfette, in via Filadelfia.
C’è qualche bandiera slavata, logora, c’è il fango e la gramigna tenace.
Come crollarono i templi dei greci? Col fuoco, le bufere, il tempo. Le mura distrutte, la pietra con un velo di vetro per il calore delle fiamme. Il prato che pian piano ha ripreso possesso della terra, un giorno dopo l’altro. E le voci che sono un’eco, le urla, le preghiere, gli squilli di tromba. Ora, il silenzio.
Il Filadelfia è una rovina, niente degli anni ’40, del Grande Torino, dei tifosi che andavano allo stadio col cappello.
Solo qualche resto di cemento ruvido. Dagli ultimi piani di via Filadelfia si vede il campo, un tappeto di verde invecchiato. I rovi ed il fango gli danno un aspetto triste, dimenticato, un verde bigio a perdita d’occhio circondato da increspature più chiare, le fondamenta delle tribune.
Qualche cespuglio che con la mente è facile da cancellare, così come è facile dare colore alle tinte morte che si hanno negli occhi. L’erba ritorna brillante, gli spalti ricrescono e magicamente si popolano, il vociare cresce come se una mano invisibile alzasse il canale del volume, fino a che uno squillo di tromba, acutissimo, suona la carica. E gli schiamazzi si interrompono, sfumano, si ammutoliscono per un istante eterno per poi riesplodere in un boato fragoroso, appena uno scarpino esce dagli spogliatoi.
Il Filadelfia, nei cuori granata, rivive con semplicità devastante: non sono passati i decenni di incuria; lui è ancora lì, traboccante di furore ed amore. Sognare di essere nello stesso posto molti decenni addietro, e partecipare a quella festa pagana che era una partita del Toro.
I tifosi, composti come sapevano essere i vecchi, gremiscono ogni seggiolino, ogni centimetro di panca, ogni asse di legno. Hanno il paltò, il cappello, eppure anche le sciarpe, le bandiere. E tutto trabocca granata. I ragazzi hanno le braghe corte, anche se il tempo non lo permette, un pallido sole non è sufficiente: eppure son poco vestiti, ed anche le madri che temono la polmonite possono poco. Allo stadio si va con il proprio vestito più vero, anche se spartano. Sulle maniche di camicia trascorrono brividi, ma contano nulla; e sulle teste i più poveri si sono arrangiati, con berretti di carta di giornale e la scritta “Forza Toro” improvvisata con la biacca rossa.
Il Filadelfia non è solo una casa, è uno stadio bellissimo. I giocatori ti sentono, se gli urli addosso.
Gli arbitri hanno paura, nella malabolgia granata. Si vede il calcio benissimo, senti la pedata di cuoio su cuoio, senti l’avversario che si lamenta se ha preso un calcione, senti gli ordini di Capitan Valentino.
Senti soprattutto il ruggito mentre la palla entra fulminea in porta, ed è così forte che quelle rovine lo raccontano ancora. Ne sanno parlare a distanza di anni. E tu, che in quello stadio non hai mai messo piede per esultare, ma solo per ricordare, capisci la sua lingua.
Il Filadelfia è un narratore di storie: le racconta così bene che ti sembra di averle vissute.
Anche se oggi piove, ed è il 4 maggio di troppi anni dopo.
Umberto Mangiardi

http://www.mole24.it/2012/05/04/perche-oggi-piu-che-mai-il-filadelfia-e-casa-di-capitan-valentino-e-della-nostra-storia

lunedì 2 aprile 2012

Ricordi del Fila...

Dal Forum ForzaToro...

bius ha scritto:

Il Fila è la mia infanzia fatta di sogni e promesse.
E' la Renault 2 cavalli tutta scassata di Galbiati che arriva nel cortile sollevando polvere con un'orda di ragazzini con un taccuino in mano che la rincorre per l'agognato autografo.
E' Beppe Dossena, che arriva sorridente ed elegante e firmando gli autografi sfotte qualche vecchio tifoso. Poi con la solita spavalderia imbocca la strada per gli spogliatoi.
Il Fila è mio padre che mi prende per mano con fare affettuoso, quasi commovente, e mi dice: "Lo vedi quello? E' Claudio Sala, il poeta del gol. Quando partiva sulla fascia per fermarlo dovevano sparargli".
Il Fila è Leo Junior che arriva agli allenamenti con una Uno beige, mentre Gigi Radix che poteva permettersi un Bmw era visto come un gran signore.
Il Fila sono i vecchietti che guardano gli allenamenti, facendo commenti ipercritici rigorosamente in piemontese, ma non verso i nostri ragazzi della Primavera, quasi intoccabili e coccolati, perché "Quel Francini lì a l'è propi fort, si deve fare ma sarà in nasiunal, tlu disu mì".
E' Zaccarelli che in quanto ad eleganza supera anche Dossena, non ci sono dubbi.
Il Fila è Edu Marangon che prova le punizioni con la barriera finta e non ne butta una dentro neanche per sbaglio, e noi ragazzini attaccati alle reti non sappiamo se ridere o se piangere.
Il Fila sono io che guardo la scritta sui muri INGRESSO POPOLARI LATERALI - RIDOTTI MILITARI BALILLA e immagino mio nonno in coda per pagare il biglietto e vedere le giocate di Valentino ed Ezio Loik.
Il Fila è più di una casa o di un simbolo, è un cuore che pulsa, un padre per mano al figlio, un nonno per mano al nipote, con la Storia e le storie che passano di bocca in bocca, di cuore in cuore, con le emozioni che non si disperdono ma che si fermano intorno a quei muri.
Se il Fila fosse stato un campo di allenamento ultramoderno con le migliori strutture del mondo non sarebbe stato nulla. Non sarebbe stato il Toro. Non avrebbe avuto quel fascino un po' retrò. La muffa sui muri, le gradinate scrostate, il vecchio cancello, il muro di mattoni intorno allo stadio.
Ogni singolo atomo trasudava passione, ogni persona che raccontava era un mattone alla nostra causa, ogni aneddoto un viatico a superare le delusioni e a sapere che eri vivo.
Il Fila era il ricordo di un tempo che non c'è più, ma che sai che tornerà. Era la casa dei campioni di ieri ma anche la culla di quelli di domani, l'orgoglio di un popolo che sa alzare la testa anche quando è piegato a terra dai fortunali del destino.

Ora tutto questo ci è stato portato via. Con l'inganno, l'arroganza e il sopruso.
Se vogliamo che torni il Toro deve tornare il Fila.

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Gordon65 ha scritto:

Se posso permettermi e non sfracasso troppo le palle con i miei chilometrici post posto un pezzo che scrissi cinque anni fa:

Il Filadelfia e me
La prima volta che entrai nella "Fossa dei leoni" ( mio padre buonanima mi ha insegnato che per noi granata lo stadio così lo si chiamava) era il 1973, era un giorno di novembre e a Mirafiori c’era la nebbia, al Fila no, cielo coperto ma non nebbia; il Toro di Giagnoni aveva appena finito di allenarsi e si poteva entrare nel prato, camminarci sopra, calpestare e respirare l'erba.
Camminai a lungo su quel tappeto verde....... quanto era diverso dai prati che avevo conosciuto fino ad allora rincorrendo un pallone, raramente di cuoio, quasi sempre di plastica, occasionalmente, quando proprio non c'erano soldi per comprarne uno, di calza della nonna riciclata con una imbottitura di carta da giornale. Quanto era diverso un vero campo di calcio da quei prati spelacchiati che erano il giardino della mia infanzia, perennemente a ridosso di un cantiere che presto sarebbe diventato palazzone, con due enormi pietre come pali e senza traversa, così che i goal più belli spesso e volentieri venivano annullati poichè il portiere non ci arrivava e se non ci arrivava lui significava che il tiro era alto.
Quante discussioni, quante litigate, quante urla e quante botte; una volta le prendevi ed una volta le davi e soprattutto a casa tacevi, perchè i genitori amavano non intromettersi nelle questioni dei figli e quei pochi che invece non ubbidivano a quella regola non scritta finivano per danneggiare i propri figli che in quanto "cocchi di mamma" venivano isolati, evitati, ben che andasse sopportati, dalle varie comunità di bambini di quegli anni.
Il Filadelfia invece non era diventato terra battuta; l'erba era perfettamente rasata e pur dovendo malvolentieri ammettere con me stesso che si, un pò, molto poco per la verità, davanti alle porte anche quel magico prato era spelacchiato, ritenni che meglio di così uno stadio non potesse essere.
Di tanto in tanto arrivavo lì, spesso senza neanche avvisare a casa, soprattutto se giocava la primavera ed il mitico Giammarinaro, l'usciere omonimo di uno dei primi campioni post-Superga, tante volte mi strizzava l'occhio e mi faceva entrare anche se non avevo nemmeno le 100 lire (dicasi cento lire) per il ridotto ragazzi; allora l'ingresso intero per le partite della primavera era 500 lire, l'equivalente di un ridotto ragazzi in Maratona per il campionato ( dove l’intero era a 2200 lire ed i distinti a 6.000 lire).
La tribuna in legno mi faceva impazzire e la visuale eccezionale veramente, si sentiva il rumore dei tiri in porta, si sentiva il fiatone dei giocatori, li si sentiva sussurrare "passa", "vai", "mia" e soprattutto, anche al di fuori dell'orario delle partite e degli allenamenti, si viveva nell'antistadio in una sorta di "piazza granata" tutt'altro che virtuale dove quasi mai si fermavano i giocatori ma nella quale praticamente si formavano diversi capannelli di persone, una divisione più logica che sociale, voglio dire....invece che parlare in 50 si facevano 5 gruppi da 10 ed uno se voleva saltellava da un gruppo all'altro ad ascoltare questo o quell'oratore.
Ricordo come fosse ieri l'ultima volta che sono salito in tribuna, si giocava un Torino-Varese di Coppa Italia ( 0 a 1 ) e se la memoria non mi fa scherzi era il 1979.Poi da un giorno all'altro montarono un immenso ponteggio e dissero che la tribuna era pericolante, il crollo imminente, il disastro prossimo.
Nessuno fece niente, la gente che veniva a chiaccherare su quei gradoni si limitò a traslocare sotto nel cosiddetto parterre, nei sei sette gradoni alti si e no 15 centimetri da dove si ammiravano i nostri soprattutto nella partitella del giovedì, quella contro la primavera, ed il sabato contro l'avversario di turno dei giovani.
Allora il Toro giocava al Comunale in campionato e sempre davanti ad un minimo di 22/23000 anime, parlo dei match con le squadre scarse e prive di tifosi al seguito, ma almeno 6/7 volte all'anno c'erano almeno 40.000/45.000 per le classiche ( Milan, Inter, Napoli) e quasi sempre oltre i 35.000 per le medie ( Roma, Sampdoria) e poi i derby, sempre “sold out”, anche se a dire il vero con l'esplosione del fenomeno hooligans, capitò sovente di giocare davanti a "solo" 40.000 persone derby appassionanti.
Al Filadelfia, che era la casa mia ma anche quella di molti altri granata d.o.c. sinceramente non avevamo pensato come allo stadio del nostro futuro ; troppo piccolo coi suoi 28.000 posti (23.000 in piedi) per le nostre ambizioni e per i nostri numeri. Ci andava bene così com’era e ci sarebbe bastato restaurare la tribuna per renderci felici; al Comunale nel frattempo , nel quale si erano stipati anche 70.000 spettatori per Toro-Borussia Moenchenblandhac o per Rube-Celtic erano cominciati i lavori, complice la tragedia al cinema Statuto di quel disgraziato febbraio 1983, per dare vie di fuga decenti alle persone e conseguentemente ridurre la capienza intorno a 60.000 posti.
Per Torino ed i torinesi non erano anni facili quelli, dopo le giunte rosse era arrivato il tempo del pentapartito e questi, i pentalleati non è che dettavano legge, proprio imperavano. Ricordo i sindaci che si succedettero a Palazzo di Città:Cardetti, Magnani Noya, Cattaneo e Zanone tra Novelli (1983) e Castellani (1993). L’Italia campeòn in Spagna aveva ottenuto nel frattempo l’organizzazione dei mondiali del 1990 ed in quell’allegro paese che era la nostra Italia, dove qualunque questione veniva affrontata aggiungendo debito pubblico a debito pubblico figurarsi se qualcuno si fece avanti per risparmiare; la parola d’ordine allora come oggi era speculare ed infatti ecco quei due portenti di stadi nuovi di Torino e Bari costati 2.000.000 ( 1000 e rotti euro) di lire a posto……………………nel frattempo a Cesena, tanto per capirci, per lire 400.000 a posto buttarono giù lo stadio vecchio, tranne la tribuna e ne rifecero uno nuovo per 28.000 posti complessivi che molti hanno potuto ammirare nella sua confortevolezza e semplicità.
Fu in quegli anni di spreco a 360° che il Filadelfia venne rivenduto dal proprietario, la Fgci, che a sua volta lo aveva rilevato dal Torino stesso, alla società, allora gestita da De Finis, per una lira (giuro non è una gaffe).
Erano in dirittura d'arrivo sia gli allegri anni '80 che i mondiali ed il Filadelfia appariva sempre più vecchio e cadente. Ricordo bene una finale di Coppa Italia primavera (vinta i rigori) contro la Roma con Mario il magazziniere, più che le autorità competenti, che dato l'elevato numero di spettatori, oltre 5000, aveva lasciato accedere la gente in settori che definire pericolanti sarebbe riduttivo poichè c'erano proprio i buchi nei gradoni e le piante che uscivano dal cemento; prima naturalmente tirò il nastro biancorosso, quello che segnala il pericolo nei cantieri, quello da non oltrepassare, quello che se fosse giallo avrebbe stampato sopra ossessivamente e ripetutamente “Crime scene” ed invece che nel Filadelfia ti ritroveresti in un telefilm. Però noi non avevamo paura di quell'immenso ponteggio e dei buchi nelle gradinate, ci sparpagliammo ovunque fosse possibile farlo ed assistemmo all'ennesimo trionfo di quella nidiata di talenti: Fuser, Lentini, Sordo, Venturin, Bresciani.
Chi si ricorda poi la volta che i cugini violarono con la loro Primavera, dopo secoli, il nostro campo ? Fecero dei gesti verso il pubblico, l’ombrello, il dito medio, le solite cose insomma e nemmeno pensarono che la recinzione, una rete da giardino a rombi verdi, era semplicemente ridicola. Così diversi ultras entrarono in campo affiancando i giovani gobbetti mentre questi con le facce imploranti e chiedendo scusa cercavano di guadagnare gli spogliatoi per evitarsi ritorsioni che nessuno aveva in mente di porre in atto perchè il Filadelfia era frequentato da uomini e donne e non da banditi, persone però offese da quel modo di comportarsi. La situazione era tesissima anche perchè c'erano 2 dico due poliziotti che peraltro chiesero rinforzi immediati ma che restarono a lungo soli di fronte ad una folla che non aveva gradito quella maleducazione; poi tutto finì in grandi risate quando arrivarono i rinforzi: due carabinieri su di un Fiat 238 che si fuse proprio entrando nel Filadelfia emettendo una nuvola di vapore bianco ! Uno dei 2 “poliziotti” che provavano di tenere a bada la gente si mise a ridere a crepapelle, con tanto di manganello in mano e devo riconoscere che il destino, con quella scenetta troppo divertente per non essere contagiosa non sempre è cinico e baro. Un potenziale pomeriggio "esplosivo" si trasformò in un momento esilirante, il sorriso sostituì i lineamenti tesi delle persone e tutto finì a tarallucci e vino.
Eh si; posso dire che il Filadelfia non l'ho conosciuto, l'ho proprio vissuto, uscire dallo stadio nell'intervallo tra i due tempi delle partite, per andare a farsi fare una pizzetta allo Sweet e scolarsi una birra per poi rientrare neanche fossimo a casa nostra ( ma eravamo a casa nostra!), aspettare chi rientrava dalle trasferte coi clubs organizzati tanto partivano quasi tutti da là; commentare il lunedì la partita del giorno prima (quasi sempre senza giocatori perchè a riposo ), spesso e volentieri l'arbitro, qualche vittoria si ma anche tante tranvate, roba da granata si intende, la mia adolescenza fù così costellata di finali di Coppa Italia perse con fior di attenuanti che credevo che non avremmo mai più vinto niente, invece quella coppetta la riportammo a casa nel 1992 e chissà se nel cortile del Filadelfia c'erano ancora tutti i veci al loro posto.
Ricordo un anziano in particolare, Umberto, al quale avevano dato 6 mesi di vita nel 1967 per un tumore alla gola e che era sopravvissuto fino ai primi anni 80, uno di quelli che aveva conosciuto di persona Loik e Castigliano per questioni di lavoro e che mi raccontava per filo e per segno le partite indicandomi col dito da dove era partito il tiro e dove era uscito ( o entrato) il pallone.Da dove era partito Baker per scartarsi 1,2,3,4,5,6,7 gobbi e palla in rete e da dove usciva il pallone che il portiere del Bologna, per perdere tempo, scagliava fuori dallo stadio.Umberto mi diceva che tutte le mattine si guardava allo specchio e faceva il gesto dell’ombrello verso il medico che lo aveva spacciato e chissà se è poi così giusto parlarne al passato, ci fosse ancora il Filadelfia Umberto sarebbe ancora lì, tutti i giorni e magari tanti, guardandolo nel suo fisico minuto ma in qualche modo agile, direbbero che per essere uno con l’età a tre cifre si conserva ancora bene...... Umberto....... quando il mio fratellino, complice il mundial, si era infatuato più di Paolo Rossi che dei gobbi, lo portai da lui, ad imparare la storia ed a osservare quell'elica rimasta lì a testimonianza di una eternità che solo chi è autenticamente laico può capire; Umberto, nel giro di un paio di ore mi restituì il fratellino, non dico nuovo di zecca, però lavato, pulito, dai pensieri sconci, granata dentro da allora e per sempre. Da allora sono passati ormai oltre 20 anni ed io che ero un giovane disoccupato ancora dovevo capire tante cose ma non tutte; ad esempio tutte queste attenzioni su Filadelfia, da gente che oggi sembrerebbe disposta alla morte pur di preservare quel campo, non le avevo notate e trovo bizzarro che quelli che poi hanno addirittura fondato i partiti del Filadelfia allora non solo non dicessero niente ma nemmeno facevano niente; sarebbero bastati pochi soldi per restaurare la tribuna in legno ma giuro che mai nessuno ha mosso il culo per fare nulla. Quando io nella mia immensa ingenuità ho sottoscritto il "mattone" pensavo che saremmo stati decine di migliaia a fare lo stesso, invece fummo meno di 2.000 eppure eravamo oltre 18.000 i soli abbonati e con un paio di miliardi di lire di allora la tribuna la si sarebbe potuta recuperare completamente.
Il Filadelfia è ritornato importante il giorno dopo essere stato raso al suolo ma non potrà mai più tornare ad essere quello che è stato; non basta vedere uno che imita Charlot per rivedere Charlot, non basta vedere un pallone di marmo su una scala per rivivere le gesta di Valentino Mazzola ma anche di Umberto, di Baker e Carlìn, Pulici e me bambino.
Per rivivere il Filadelfia bisogna chiudere gli occhi e rivedere con la propria immaginazione la nostra storia, come faceva un'altro tifoso granata illustre, non perchè famoso ai media ma perchè noto a noi del Fila, che organizzava le trasferte più impensabili a bordo del suo Peugeot combinato nove posti che regolarmente riempiva e che girava con in tasca la formazione del Toro di tutti i tempi e non ce n'era; per lui Janni in mediana era meglio di Castigliano e Baloncieri era titolare fisso al posto di Gabetto, Ossola poi non valeva mezzo Pulici, titolare di quell'immaginario 3 - 5 - 2 mentre per il Poeta del goal ahimè a stento si trovava un posto in panchina.

Questo è stato il Filadelfia per me e questo resterà per sempre. Passerà ancora tanta acqua sotto i ponti e forse nuovi campioni sbocceranno su quel prato ma la magia se n'è andata insieme con le macerie e la magia è qualcosa che non si può ricostruire.

mercoledì 14 marzo 2012

03/03/12 - Tutti al Filadelfia! - Inverno 1949

Inverno 1949: da Borgo Vittoria allo Stadio

di Walter Panero
Torino. Stadio Filadelfia. Inverno 1949.
“Forza Valentinoooo.....vai Eziooooooo!....”
Se mia madre sapesse che mi trovo qui, mi rifilerebbe tante di quelle botte che me le ricorderei non so per quanto tempo. Inoltre addio uscite di casa per andare a giocare a pallone nei prati o all'Oratorio del Cafasso. E lo stesso accadrebbe agli altri ragazzi che si trovano qui, con me, ad inneggiare ai nostri giocatori.
I nostri genitori credono che ci troviamo ancora a scuola, perché ci siamo inventati una lezione straordinaria al pomeriggio. Sì....sì...di pallone, però....perché noi, appena è suonata la campanella della fine delle lezioni, siamo scappati via di corsa con le nostre cartelle a tracolla: non c'era mica tanto tempo per venire fin qui, dato che abitiamo dall'altra parte della città.
Poco tempo e ancora meno soldi. Anzi di soldi proprio manco l'ombra. Però oggi giocava il Toro, e non potevamo certo lasciar stare! Perdersi una partita del Toro, di questo Toro, sarebbe un vero e proprio delitto. Probabilmente esagero, ma io la penso così, forse perché ho solo dieci anni. Mia madre e mia nonna dicono che sono matto, e che di sicuro un giorno la smetterò di farne di tutti i colori per vedere “undici uomini in mutande che corrono dietro ad un pallone”. Sarà. Magari hanno ragione loro. Magari un giorno cambierò sul serio. Ma per adesso è così. Ed essere qui ora è una delle cose più importanti e più belle per me. Per me e per tutti quelli della mia generazione. Quella generazione che è nata negli anni della guerra, o subito prima, e che i bombardamenti ed i Tedeschi, che se ne stavano appostati tra le nostre case, se li ricorda eccome!
Ma ora la guerra è finita da qualche anno. E noi siamo liberi. Liberi di uscire da scuola e di salire sul primo tram numero 9 che, dalle case popolari di Borgo Vittoria tra Via Sospello e Via Chiesa dove abitiamo noi da quando siamo nati, porta a due passi dallo Stadio, dall'altra parte della città. Per prendere il tram servirebbero dei soldi, ma noi, che non abbiamo un centesimo in tasca, sappiamo bene come si fa. Lo abbiamo visto fare tante volte dai ragazzi più grandi e ormai lo abbiamo imparato a nostra volta: basta aspettare che il tram, dopo essersi fermato per raccogliere il suo carico di passeggeri – molti dei quali vanno nello stesso posto in cui andiamo noi – riparta lentamente verso la fermata successiva; a quel punto bisogna salire senza farsi vedere sulla barra che sta dietro il mezzo e che a volte serve per collegare altri vagoni del tram. Si sta in piedi per più di mezzora su una barra di metallo che sarà lunga più o meno mezzo metro: non sarà certo come viaggiare in prima classe, ma per il nostro Toro si fa questo ed altro! Ad ogni fermata, poi, bisogna fare attenzione a nascondersi, per non farsi vedere dal bigliettaio o dall'autista: se ci vedessero ci farebbero scendere subito e ci correrebbero dietro con l'asta di ferro che serve per azionare gli scambi delle rotaie. Così ci toccherebbe aspettare un altro mezzo, e rischieremmo di perderci l’inizio della partita.
Ma ormai siamo sufficientemente furbi da non farci vedere, se non dagli altri passeggeri che, anche se ci notano, chiudono un occhio e non fanno la spia. In fondo sono stati giovani squattrinati anche loro; e poi siamo tutti del Toro e loro la spia la farebbero soltanto se al nostro posto ci fossero degli juventini. Ma qui di bianconero non ce n’è manco uno. Per fortuna.
Una volta giunti nei pressi dello stadio, inizia la parte più difficile, ma anche la più divertente: cercare di superare i controlli di quelli che strappano i biglietti davanti all'entrata. Anche qui la tecnica ce l'hanno insegnata i ragazzi più grandi: uno di noi si avvicina all'ingresso, va da quello che strappa i biglietti e cerca di distrarlo con mille tecniche diverse, mentre gli altri si infilano da dietro senza farsi vedere. Quando lui se ne accorge, è troppo tardi perché un alcuni di noi sono già dentro e, se lui ci inseguisse, decine di altri ragazzi come noi entrerebbero a loro volta nello stadio.
“Sevì mach 'd bandì! Se 'v ciapu 'vna dagu tante...”(1) urla quello che strappa i biglietti. Ma può dire quello che vuole. Tanto noi ormai siamo dentro e possiamo andare a piazzarci là, dietro il portiere della squadra avversaria. Facciamo sempre così perché ci piace stare là dietro e urlargli delle frasi che lo offendano, lo facciano arrabbiare, e lo distraggano. Poi, quando finisce il primo tempo, ci spostiamo dalla parte opposta dello stadio, nell'altra gradinata. E facciamo lo stesso. Lo abbiamo fatto per tante e tante volte, e forse distrarre i portieri avversari serve davvero, visto che in questi anni li abbiamo visti bucare decine di volte. Abbiamo battuto per 6 a 0 il Genoa, per 5 a 0 l'Andrea Doria, per 4 a 0 il Bologna, per 7 a 2 (e anche per 5 a 0) la Fiorentina, per 5 a 1 la Lazio e il Bari, per 4 a 0 la Roma, per 5 a 0 l'Inter, per 6 a 2 il Milan, per 6 a 0 il Vicenza e la Triestina, per 7 a 1 la Salernitana, per 10 a 0 l'Alessandria.
Mamma mia! Mi vengono i brividi a ricordare tutte queste partite!
Così come mi vengono i brividi ogni volta che entro in questo stadio. Gli stessi brividi che provai qualche anno fa quando ci misi piede per la prima volta, tenendo stretta con una mano la mia bandierina granata e con l'altra la mano della buon'anima di mio padre.
Quest'anno, almeno fino ad adesso, grosse goleade non ne abbiamo fatte e il risultato più rotondo è stato un 4 a 2 all'Inter nel mese di dicembre. Naturalmente, noi speriamo che oggi sia il giorno buono per vedere tanti gol, visto che giochiamo con la Sampdoria che è una squadra con poca esperienza, anche se è allenata da Baloncieri che, mi hanno raccontato i “vecchi”, era un vero fenomeno quando giocava nel nostro Toro ai tempi del primo scudetto di una ventina d'anni fa.
Noi faremo del nostro meglio per distrarre il portiere che si chiama Bonetti. Noi faremo del nostro meglio per sostenere i nostri. Come sempre, d’altronde.
“Forza Valentinoooo.....vai Eziooooooo!....”
E la partita può cominciare. Ancora una volta. E ancora una volta noi siamo qui. Alla faccia di tutto e tutti a respirare l'odore dello stadio.
Fa un freddo cane e il terreno è talmente ghiacciato che hanno dovuto coprirlo di segatura per permettere ai giocatori delle due squadre di stare in piedi e di giocare. D'altra parte, anche se il campo è pesante, la partita di oggi doveva assolutamente essere disputata, visto che era già in programma all'inizio di gennaio ed era stata rinviata per neve. La Sampdoria è salita apposta da Genova per giocare. E Genova non è lontanissima, ma neanche vicinissima. E se li hanno fatti venire fino qui, per giunta in un giornata lavorativa visto che oggi è giovedì, vuol dire che si deve giocare per forza. Anche se in campo non stanno in piedi. Anche se qui sugli spalti fa talmente freddo che sentiamo le mani e le punte dei piedi che si congelano. E l'unico modo per scaldarsi è quello di saltellare, visto che a noi non è permesso tracannare qualche sorsata dalla fiaschetta di grappa come fanno quelli più grandi. Mio padre diceva che quello è il modo migliore per scaldarsi quando si gela, e lo facevano anche sul fronte in tempo di guerra. Ma è inutile: io ed i miei soci di grappa o di altri liquori non ne abbiamo, e se mi azzardo a chiederne un po' a uno di quelli che mi stanno intorno, mi manda a quel paese dicendo: “Ma va là....t'ses mach 'n bocia (2)....quando sarai grande allora....”. Già. Quando sarò grande. Quando saremo grandi. Ma chissà se quando saremo grandi ci saranno ancora Loik e Mazzola, Gabetto e Maroso che conosco perché è del Borgo, Riga e Castigliano? Chissà....Per adesso è meglio non pensarci e concentrarsi sulla partita, visto che le squadre stanno entrando in campo.
“Forza Valentinoooo.....vai Eziooooooo!....grande Virgilioooo!....Forza Toroooooooo!”
All’inizio è molto dura, come il campo che quest’oggi appare davvero impossibile. I nostri sembrano un po’ imballati e questi Genovesi si battono con molto coraggio impegnando anche il nostro portierone che forse, essendo di origine savonese, sente particolarmente la sfida di oggi.
Ma al quattordicesimo, l’urlo del Filadelfia finalmente si fa sentire ed echeggia tra le case dei dintorni, da dove la gente si è affacciata dai balconi per seguire quello che può della partita. Gabetto tocca per Menti che la mette al centro dell’area, palla a Mazzola, tiro che si infila alla destra di Bonetti. 1 a 0 per noi e palla al centro. 1 a 0 per noi e tutti pensiamo che si stia per profilare l’ennesima goleada.
E invece no! Dopo che Bongiorni ha quasi sfiorato il raddoppio, la squadra genovese pareggia con un tiro di Lucentini che sfrutta un’incertezza di Bacigalupo. Tutti zitti, per un attimo. Si sente soltanto una combriccola di tifosi venuti apposta da Genova che festeggiano, gridando come matti, il gol della loro squadra. In fondo hanno ragione: non è mica da tutti riuscire a recuperare un gol quando ti trovi sotto in quella che è da sempre la nostra tana. Proprio per niente.
La partita ricomincia ed il Toro sembra in difficoltà. Noi cerchiamo di applaudire e sostenere i ragazzi per far sì che si riprendano, e forse ci riusciamo davvero perché, dopo pochi minuti, Maroso e Gabetto si scambiano più volte la palla tra di loro, l’attaccante va sul fondo e la mette al centro bella alta e tesa. Arriva Loik da dietro ed Ezio la piazza in rete. 2 a 1 per noi!
Finisce il primo tempo e noi cambiamo porta, inseguendo come un’ombra il povero Bonetti che ormai deve essersi abituato a sentirci. Tra l’altro, la gente dietro la sua porta è aumentata, visto che in genere nel secondo tempo aprono i cancelli e fanno entrare gratis i ritardatari e quelli che non hanno il biglietto. Ma nella ripresa, in pratica non succede nulla. La Sampdoria sembra non avere più la forza per raddrizzare la partita e il Toro, pur avendo qualche buona occasione per allungare le distanze, si limita fondamentalmente a difendersi forse pensando alla prossima partita col Livorno che si disputerà proprio qui domenica, ovvero tra pochissimi giorni.
Un po’ delusi e molto infreddoliti, nonostante avessimo addosso le mutande di lana che ci aveva regalato la nonna e ben due paia di calze, ce ne torniamo verso il Borgo, verso casa, prendendoci il 9 con lo stesso sistema che avevamo usato all’andata. Purtroppo, un gruppo di ragazzi juventini che abitano vicino a noi (che ci piaccia o no, in questa città ci sono anche loro) ci vedono, ci riconoscono, e fanno la spia al controllore che ci costringe a scendere.
Maledetti! Ce l'hanno con noi perché sono invidiosi, visto che siamo in testa alla classifica e vinciamo campionati e derby in serie, mentre loro non battono chiodo da un sacco di tempo. E chissà per quanti anni ancora!
Pazienza. Tanto siamo già all’altezza di Stazione Dora, dove c’è il Lutrario, e da lì ce la possiamo fare benissimo anche a piedi. Anzi! Di corsa! Così ci riscaldiamo un po’ i piedi che sono ancora mezzi congelati.
“Alora? L’è costa l’ora da arivè?” (3) mi dirà come sempre mia madre quando tornerò a casa.
Io, come al solito, farò spallucce ed abbasserò lo sguardo.
“Andoa t’ses andait?” ( 4) mi urlerà. Ed io non risponderò facendola arrabbiare ancora di più.
“Lo sai mi andoa! A gioeghe al fotbal ‘d sicur! O a vedde lor là ‘n brajette ca coro darera a na bala…” (5)
E così via. Per tutta la sera. Fino a quando non si starà stufata e ce ne andremo a dormire, perché domani io vado a scuola e lei lavora.
Ma domani, per fortuna, è già venerdì. Due giorni di scuola e poi….
...E poi domenica ci incontreremo ancora una volta vicino all’Oratorio. I nostri genitori penseranno che noi siamo lì a giocare a pallone.
E invece no! Noi saliremo nuovamente sul 9 senza farci vedere. Poi entreremo di nascosto allo stadio senza biglietto. E di nuovo dietro alla rete a prendercela con un altro portiere avversario.
Finché ci sarà il Toro, finché ci sarà questo Toro, noi saremo lì! Dentro lo stadio. Dietro la porta. Perché nella vita non c'è niente di più bello che rimanere lì appostati.
Perché nella vita non c’è niente di più bello che vedere da vicino Gabetto che dribbla, Loik che tira, Baci che para, Mazzola che si rimbocca le maniche e dà ordini ai compagni.
Perché nella vita non c’è niente di più bello che veder giocare e vincere il nostro Toro.
Perché nella vita non c'è niente di più bello che essere del Toro.
(1) “Siete solo dei banditi! Se vi prendo ve ne rifilo tante…”
(2) “Ma va là...sei solo un ragazzino...”
(3) “Allora? E’ questa l’ora di arrivare?”
(4) “Dove sei andato?”
(5) “Lo so io dove! Di sicuro a giocare a pallone. O a vedere quelli là in mutande che corrono dietro a una palla.
La stesura di questo racconto è stata possibile solo grazie alla fondamentale consulenza di Mario. Lo ringrazio per questo e anche per avermi permesso, tanti anni fa, di vedere molte partite del Toro che, senza la sua presenza, sarei stato costretto ad ascoltarmi da casa con l'orecchio appiccicato alla radiolina.
Giovedì 27 gennaio 1949
Torino, Stadio Filadelfia
TORINO - SAMPDORIA 2-1 (2-1)
Torino: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Martelli, Menti, Loich, Bongiorni, Mazzola, Gabetto. All.: Lievesley.
Sampdoria: Bonetti, Ballico, La Penna, Coscia, Bertani, Gramaglia, Lucentini, Bassetto, Baldini, Gei, Rebuzzi II. All.: Baloncieri.
Arbitro: Bellé di Venezia.
Reti: Mazzola 14' (T), Lucentini 21' (S), Loik 35' (T)
Note: Recupero della partita rinviata il 02.01.1949