lunedì 30 maggio 2011

30/05/11 - Granata da Legare: "Scempio Toro"

La Cairese resta per il terzo anno di fila a marcire in serie B e io non riesco più neanche a provare rabbia. Ormai ho consumato tutto: illusioni, delusioni, indignazioni. Dentro galleggia solo la nausea. Questo non è più il mio Toro. Questo ammasso di niente spalancato sul vuoto. Senza gioco, senza grinta, senz’anima. Con un allenatore mediocre e presuntuoso come tutti i mediocri. Con un presidente che sarà anche una volpe nel suo lavoro, ma non capisce nulla di calcio. Soprattutto non capisce nulla di Toro. Per anni, dal giorno del suo arrivo dopo il Fallimento, ci siamo sgolati in tanti nel tentativo di spiegargli dov’era capitato. Nel rammentargli che le case si costruiscono dalle fondamenta. Prima il Filadelfia, il settore giovanile e una società forte, radicata nella città di cui porta il nome. Poi, un po’ alla volta, la costruzione della prima squadra, così da accogliere i calciatori professionisti, quasi sempre dei mercenari, in un ambiente solido e già fortemente intriso di cromosomi granata. Se ci avesse ascoltati allora, oggi saremmo il Novara. Ma un Novara con un milione di tifosi. Invece il presidente-cicala aveva fretta, voleva godere subito. E ha dato inizio a un tourbillon di calciatori, allenatori, dirigenti. L’unico a non cambiare mai era lui. E noi. Costretti a sorbirci i suoi frullati di schiuma per desolante mancanza di alternative.

Quest’anno ha finalmente puntato su un allenatore giovane. Purtroppo era quello sbagliato. Non l’ottimo Dal Canto, il cui Padova ieri ci ha impartito una lezione di calcio. Ma Lerda, l’unico al mondo che gioca con quattro attaccanti e mai uno che centri lo specchio della porta. Costui ha disfatto il Toro scarso ma grintoso della scorsa stagione, riempiendolo di sgrigne e di gabionette, artisti del ghirigoro insulso. Una bella mano gliel’ha data il direttore sportivo Petrachi, che in una società normale sarebbe forse un buon mercante di calciatori, ma qui ha dovuto e voluto fare tutto, persino l’uomo-immagine in tv, dove ha teso agguati continui alla lingua italiana.

Cairo deve rendersi conto che il suo tempo è finito. Ha perso l’aura, ha esaurito il credito. Non gli crede più nessuno, qualunque cosa faccia. Se ci comprasse Messi, penseremmo che è rotto. Ora ha tre strade davanti a sé. La prima è rientrare delle spese mettendo in vendita quel poco di argenteria rimasta (Bianchi, Ogbonna, la metà di Dzemaili) e poi restituire il marchio Toro alla città, nella speranza che il sindaco bianconero Fassino sia più fortunato del suo predecessore granata nel convincere qualche banca piemontese a sostenere un imprenditore legato al territorio (fra quelli che conosco, l’unico che ne avrebbe la capacità e la voglia è Marco Boglione della Kappa, che però da solo non ne ha i mezzi). La seconda strada è restare, ma nell’ombra, lasciando la ribalta e i pieni poteri a un esperto in ricostruzioni, un vecchio arnese del calcio alla Pierpaolo Marino. La terza è quella che, temo, percorrerà: rivoluzionare tutto daccapo, vendendo il vendibile, rimpinzando la squadra di prestiti di passaggio e affidando la panchina a Ventura, un fedelissimo di Petrachi, che così controllerà anche l’ultima poltrona che ancora gli sfuggiva. Dalla Cairese alla Petrachese. Quando torna il Toro, fatemi un fischio.


di Massimo Gramellini

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=96

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