venerdì 15 ottobre 2010

13/10/10 - Gli strani valori del Presidente - Game Over o Insert Coin?



Gli strani ‘valori’ del Presidente

Urbano Cairo rilascia interviste in cui si autoproclama ‘ricco’ di forza morale e di altre risorse. Ma i fatti parlano in maniera molto diversa

Voglio un gran bene ai colleghi della redazione Toro di Tuttosport, amici e sinceri appassionati delle vicende granata. Così come voglio bene al Tuttosport, nelle figure del suo attuale Direttore, Di Paola, di quello precedente, Padovan, e del Direttore Amministrativo Sertoli. La gente del Toro deve sapere, quando critica il quotidiano sportivo cittadino, che senza il loro fondamentale aiuto, il Museo del Grande Torino, non esisterebbe nella sua splendida forma attuale.
Proprio per questo profondo affetto e sincero rispetto che nutro per loro, mi permetto di scrivere che non comprendo, anche se rispetto totalmente, la loro linea – legittima, sia ben chiaro – di utilizzare verso la dirigenza del Toro il guanto di velluto. Anche se, per la verità, anche per l’altra metà del cielo calcistico torinese è applicata, con perfetto stile bipartisan, la stessa gentilezza. Comunque sia, l’intervista apparsa la settimana scorsa a Cairo, lascia stupefatti.

TIFOSI PRO E CONTRO.
Non ci soffermiamo sul metodo con cui sono stati contati i tifosi “pro” e quelli “contro”, ma parlare di “esigua minoranza” è ridicolo. I numeri parlano di 5000 abbonati e 4000 paganti circa per ogni partita. Aggiungendo la tara, ovvero che una parte degli abbonati sono club di fuori Torino, che hanno pesanti difficoltà ad acquistare i tagliandi volta per volta e quindi hanno scelto, obtorto collo, di abbonarsi, la parità è sostanziale. Parlo dei Tifosi, quelli con la T maiuscola. Quelli invece che applicano il bollino alla targa e nel tardo pomeriggio di sabato, dopo la spesa, chiedono il risultato del match casalingo, li lascio al loro limbo. Solo chiacchiere e distintivo, per mutuare una storica frase di De Niro negli “Intoccabili”.
Soffermiamoci invece su quanto detto dal presidente. I giocatori sarebbero dei contaballe, quando dicono che loro non percepiscono qual che accade fuori. Anzi, sono li che soffrono le pene dell’inferno per lui, il loro “punto di riferimento”. Questo spiegherebbe alcune atroci prestazioni e certi preoccupanti cali di tensione? Non penso proprio. Cercare di addossare ai tifosi più appassionati questo fardello, è fuori dal mondo. Sono proprio loro, che hanno sempre dato la spinta verso il successo, non viceversa. La bagarre, sabato 2 ottobre, è iniziata col Toro in vantaggio, dopo che era stato sostenuto dalla curva. Ripeto, dalla curva. I fischiatori, zitti, come sempre. Un silenzio da fare invidia a Wimbledon. Senza dimenticare che furono proprio quei “pochi facinorosi” a strappare il Toro dalle mani di Giovannone per consegnarlo nelle sue. Non mi par di ricordare che all’epoca li avesse apostrofati con gli stessi epiteti con cui li definisce oggi. Ma allora faceva comodo cavalcare la tigre, oggi, che la tigre s’è stancata delle lusinghe del domatore, il gioco s’è fatto rischioso. Un presidente che si autoproclama ricco di forza morale e di risorse, dovrebbe cercare il dialogo, dimostrando coi fatti il suo buon governo. Ma per far ciò, occorrerebbero i fatti, più delle parole. Vediamoli, questi fatti.

IL SETTORE GIOVANILE.
Il settore giovanile è una babele, in cui solo la buona volontà ed il carisma di due grandi vecchi come Benedetti e Comi, regge la baracca. Squadre sparse ovunque, ragazzini cui viene detto di tener da conto la tuta da allenamento, che deve durare più di un anno. Quando, prima della demolizione del Filadelfia, recuperammo i trofei del settore giovanile, di quasi duemila pezzi, la maggior parte celebravano primi posti, pochi erano i secondi e quasi nessuno i terzi. Oggi i primi si contano sulle dita della mano. Cinque anni, dal fallimento, sarebbero stati più che sufficienti per vedere qualche risultato. Invece l’unica cosa straordinaria che s’è vista, è stato il passaggio di Simone Benedetti, non dimentichiamolo , figlio di uno dei responsabili del settore giovanile granata, all’Inter. Non sono neppure stati capaci di rinnovare il contratto a uno che al Toro sarebbe rimasto col cuore, ma che ha dovuto tutelare il proprio futuro.

Game Over o Insert coin?
Niente soldi investiti per il Filadelfia. Il settore giovanile in disarmo.
Il museo lasciato al buon cuore dei volontari... Chi ha ragione?


LA STORIA, IL ‘FILA’
In ultimo la Storia. Il Filadelfia è li che aspetta da 13 anni, che venga riparato l’oltraggio subito. Invece assistiamo al vergognoso palleggio di responsabilità tra Comune e Società. Una indegna “gara al ribasso” dove nessuno dei due contendenti si vergogna di scendere a più infimi livelli. Per tre anni ho partecipato alle riunioni del Tavolo per il Filadelfia, a sentire le sparate di Toro & Torino. Alle promesse, elargite a piene mani, specialmente sotto elezioni, dai politici, rispondevano le contro promesse della dirigenza. “Metteremo tre milioni e mezzo” sparava il comune! “Anche noi metteremo la stessa cifra” ribatteva la società granata.
Oggi, che le ipoteche sono state definitivamente cancellate dall’Agenzia delle Entrate (qualcuno lo dica a Cairo, che pare essere l’unico a non saperlo) e le parole devono diventare fatti, la premiata ditta Chiamparino & Sbriglio dice che il Toro deve farsi motore della rinascita (in italiano “fatevelo voi”) e Cairo ribatte che “il Fila è nel mio cuore, ma li si possono fare solo due campi” (in italiano “e il commerciale per tirar su qualche soldino?”) e favoleggia di ipotetiche soluzioni nella prima cintura torinese, dove il solo acquisto dei terreni, rari come le mosche bianche e cari come l’oro, consentirebbe di rifarne due, di Filadelfia.


LA STORIA, IL MUSEO.
Per ultimo ho lasciato il Museo. Il Barcellona, a fronte di un investimento di 4,5 milioni in tre anni, per una superficie espositiva di tremila metri quadri, solo la scorsa stagione ha avuto 1,5 milioni di visitatori, a 13 euro a biglietto. Più i proventi di bookshop e caffetteria. Mal contati, una trentina di milioni. Torino non è Barcellona e soprattutto il Toro non è il Barca, ma ne vogliamo comunque parlare? Il nostro mecenate, così attaccato al Toro, alla sua Storia e alla sua Casa, non solo non è interessato a supportare un museo già esistente, che non gli costerebbe un centesimo e potrebbe rendergli molto, anche come immagine, ma addirittura non l’ha mai visitato. Eppure ha il coraggio di parlare di cedere il Toro a un offerente più ricco e soprattutto più tifoso di lui. Ma per favore! “il Toro non è più in vendita da oggi”, è il proclama presidenziale. Bene, allora ci faccia vedere che cosa, concretamente, sa fare. Per ora, dopo la prima inattesa promozione, abbiamo visto due salvezze risicate, una retrocessione e una seconda, amarissima, serie B. Il tutto condito da un via vai di diesse, allenatori e giocatori, che persino Porta Nuova all’ora di punta si sogna. Fatti, non parole. Un programma serio, per la prima squadra e il settore giovanile, per la ricostruzione del Fila e per la valorizzazione del Museo, che dimostri che la sua permanenza a Torino voglia essere duratura e proficua.
Tutto il resto, sono solo chiacchiere e distintivo.

Domenico Beccaria

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