venerdì 11 dicembre 2009

10/12/09 - E la tromba non steccò

Note di Manlio COLLINO

Da questi scalini del sottopassaggio sotto la tribuna è sempre uscito il Grande Torino. Da qui uscirono i ragazzini granata in quella famosa, ultima partita del campionato 48/49 contro il Genoa, che per rispetto aveva mandato anche lui la squadra ragazzi. Vincemmo noi, ma la vittoria non ci procurò allegria. Fu solo un magone tremendo, ogni secondo.
Tutti, tutti piangevano, fin da quando i bòcia con addosso quelle maglie scudettate (un po' larghe, per loro) spuntarono da questa scala, davanti alla tribuna. Li accolse un silenzio tombale, in campo e sugli spalti. Un silenzio pesantissimo, rotto solo da sommessi singhiozzi e dal rumore di nasi soffiati con rabbia nei fazzoletti.
Un silenzio che stava per schiacciare i cuori di trentamila persone quando fu lacerato, spazzato via all'improvviso da un'esplosione vocale: dalla folla salì verso il cielo un ruggito possente, un urlo che mi fa venire i brividi ancora adesso a ricordarlo: To-ro! To-ro! To-ro! To-ro!
Ognuno mise in quel grido tutta la rabbia, il dolore e la tensione accumulati in quei giorni di tragedia. Credo che ci sentirono dalla collina, dalle periferie, persino da Superga. Tutti, in campo, avevano il viso rigato dalle lacrime. I giocatori schierati al centro, gli arbitri, i guardalinee, i massaggiatori sulle panchine...
Poi il silenzio ricadde sul Filadelfia di colpo, coprendo ogni brusio: stava entrando in campo "Mazzolino", il piccolo Sandro, figlio di Capitan Valentino. Il bambino, che aveva solo sei anni, baciò il pallone, lo posò a terra, diede il calcio d'avvio simbolico e poi corse ad abbracciare la mamma. Tutto si svolse in un'atmosfera da acquario, nella totale assenza d'ogni suono. Un silenzio da respiro trattenuto, lunghi attimi di silenzio quasi paralizzante che nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe voluto rompere per primo.
Poi si udì la tromba.
Piango ancora adesso a ricordarlo, non ce la faccio a trattenermi...
Sì, la famosa tromba di Bolmida. Ruppe quel silenzio e suonò la carica da sola, una volta, due volte... taràa - taràa - tarà tarà tatàaaaa!!!! L'arbitro sembrò svegliarsi da un sogno. Fischiò il calcio d'inizio vero, e la partita iniziò. Fosse stato per Bolmida, il vecchio capostazione che in quel momento ci soffiava dentro lacrime e saliva, la vecchia tromba avrebbe steccato di sicuro. Ma non steccò, perchè suonava da sola.
Ci soffiavano dentro, dal cielo, i nostri indimenticabili Campioni.


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Sto ricevendo molte mail da amici che, sapendomi nato nel 1946, si chiedono come possa io avere dei ricordi così precisi di quella partita. Hanno ragione. Io del Grande Torino non ho che ricordi sbiaditi, perché avevo appunto solo tre anni quando cadde a Superga, e mio padre (amico personale di tutti i giocatori), non mi portava alle partite, ma solo al Fila a vedere gli allenamenti a bordo campo. Ricordo vagamente palloni, erba, sorrisi, complimenti, ruvide carezze...
Ma è vero: il ricordo di quel Torino-Genoa è di mio padre, e ho pianto talmente tante volte nel sentirlo raccontare da lui (e anche da Guido Vandone, amico caro di famiglia e portiere di quella squadra di ragazzi granata) che alla fine l'ho assimilato, l'ho assorbito sotto pelle, l'ho conservato nelle cantine più profonde del cuore, l'ho visto, vissuto e rivissuto come se ci fossi stato io in persona, al Filadelfia, a piangere con gli occhi di mio padre, che ripiangeva ogni volta che lo raccontava.
Ecco perché riesco, oggi, a scriverne così.

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Marina C. :
la foto della scala qui a fianco è diventato il mio simbolo della lotta per il Fila ...
la sali, lottando con i rovi e con le spine che ti graffiano, ti rallentano e ti trattengono, gradino dopo gradino, verso quel raggio di luce che ti appare sempre lontano, sperando di uscire dal buio delle infinite nefandezze.
Quando pensi di essere quasi in cima e incominci a provare l'emozione di poter finalmente ricominciare a sentire i tacchetti sprofondare nell'erba, c'è sempre ad attenderti sull'ultimo gradino un rappresentante di un qualche potere, economico, politico, mafioso che ti spintona giù.
Ma quando rovinosamente torni in fondo quel raggio di cielo ti sfiora nuovamente, ti chiama, ti sprona... ti scuoti di dosso la polvere, e, gradino dopo gradino, torni pian piano su, caparbiamente, a testa alta, con l'orgoglio che solo chi sa di essere nel giusto, di lottare per difendere la propria terra, la propria casa,la propria dignità, le proprie splendide radici può avere.
E se non avrai più la forza di tornare su...ci sarà sempre un fratello che ti sorreggerà o che salirà al posto tuo, uno del tuo stesso popolo, con il tuo stesso sguardo ... uno del Toro.

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